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	<description>Pierpaolo Sandroni, Digital Design</description>
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	<title>PSWEB</title>
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		<title>Il font che non vedi ma senti</title>
		<link>https://www.psweb.it/il-font-che-non-vedi-ma-senti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Sep 2025 11:33:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è un esperimento mentale che faccio spesso quando mostro un progetto a qualcuno per la prima volta. Aspetto. Osservo la reazione. E quasi sempre, prima ancora che la persona abbia letto una parola, ha già deciso qualcosa — se fidarsi, se proseguire, se fermarsi. Quella decisione, il più delle volte, la prende il font. Un [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">C&#8217;è un esperimento mentale che faccio spesso quando mostro un progetto a qualcuno per la prima volta. Aspetto. Osservo la reazione. E quasi sempre, prima ancora che la persona abbia letto una parola, ha già deciso qualcosa — se fidarsi, se proseguire, se fermarsi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quella decisione, il più delle volte, la prende il font.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">Un linguaggio invisibile</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">La tipografia è forse l&#8217;elemento più sottovalutato della comunicazione visiva. Tutti la usano, pochi la studiano, quasi nessuno la nota consciamente. Eppure agisce in modo preciso e potente, molto prima che il contenuto arrivi alla mente razionale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Provate a immaginare il nome di uno studio legale scritto in un carattere tondo e informale come il Comic Sans. O il logo di un brand di lusso impostato in un font bold e aggressivo. La reazione è immediata — e fisica. Qualcosa non torna. Il messaggio e il tono si contraddicono, e il cervello lo percepisce come un disturbo, anche senza saperlo spiegare.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">È quello che i designer chiamano incongruenza tipografica. E funziona anche al contrario: quando font e contenuto si parlano, quando c&#8217;è coerenza tra forma e significato, tutto scorre. La lettura diventa più fluida, la fiducia aumenta, il messaggio passa.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">Serif, sans-serif e tutto ciò che comunicano</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">I caratteri con le grazie — i cosiddetti serif, come il Times New Roman o il Garamond — trasmettono tradizione, autorevolezza, profondità. Non è un caso che li troviamo sui libri di storia, sui giornali storici, sulle insegne delle istituzioni. Hanno secoli di storia alle spalle, e quella storia si sente.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">I sans-serif — Helvetica, Futura, Gil Sans — parlano un altro linguaggio: modernità, chiarezza, efficienza. Sono i font della tecnologia, del design contemporaneo, della comunicazione diretta. Non a caso Apple, Google e gran parte dei brand digitali li hanno adottati come lingua madre.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ma la vera differenza non è solo estetica. È emotiva. Un carattere con le grazie rallenta leggermente la lettura, invita alla riflessione. Un sans-serif la accelera, invita all&#8217;azione. Due ritmi diversi, due esperienze diverse, due messaggi diversi — anche con le stesse parole.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">Quello che il font dice di te</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Ho sempre pensato che scegliere un font sia un po&#8217; come scegliere come vestirsi per un appuntamento importante. Non è vanità — è comunicazione. Stai dicendo qualcosa di te prima ancora di aprire bocca.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un brand che sceglie un carattere elegante e sottile sta dicendo: prendiamo le cose con cura. Uno che sceglie un font robusto e deciso sta dicendo: siamo solidi, affidabili, non ci spaventa niente. Uno che sceglie qualcosa di irregolare e manoscritto sta dicendo: siamo umani, vicini, autentici.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nessuno di questi messaggi viene letto. Vengono sentiti.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">Perché vale la pena fermarcisi</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Viviamo immersi nella tipografia — schermi, insegne, packaging, libri, interfacce. È ovunque, sempre. Eppure la guardiamo senza vederla davvero, come l&#8217;aria che respiriamo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La prossima volta che aprite un sito, sfogliate una rivista o entrate in un negozio, provate a fare una cosa sola: ignorare il contenuto per un momento e osservare solo i caratteri. Cosa sentite? Calore o distanza? Fiducia o diffidenza? Velocità o calma?</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quella sensazione non è un&#8217;impressione vaga. È design che funziona.</span></p>
<p class="p3"><span class="s2">Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@kommumikation?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText"><span class="s3">Mika Baumeister</span></a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/scatola-etichettata-gialla-e-blu-2X6bkiL0GDo?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText"><span class="s3">Unsplash</span></a></span></p>
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		<title>Visagi Coraggiosi: quando il design racconta un territorio</title>
		<link>https://www.psweb.it/visagi-coraggiosi-quando-il-design-racconta-un-territorio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Mar 2025 10:54:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Case History]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono progetti che vanno oltre il brief. Visagi Coraggiosi è uno di questi. Quando Alessandro e Cecilia mi hanno contattato, avevano già tutto ciò che serve per costruire un brand forte: una storia autentica, un prodotto eccellente, un territorio straordinario e la passione di chi ha scelto di scommettere su un sogno. Il mio [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Ci sono progetti che vanno oltre il brief. Visagi Coraggiosi è uno di questi.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quando Alessandro e Cecilia mi hanno contattato, avevano già tutto ciò che serve per costruire un brand forte: una storia autentica, un prodotto eccellente, un territorio straordinario e la passione di chi ha scelto di scommettere su un sogno. Il mio compito era trasformare tutto questo in un&#8217;identità visiva coerente, riconoscibile e capace di comunicare l&#8217;essenza di ciò che avevano creato.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">La sfida</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Visagi Coraggiosi produce olio extravergine biologico monocultivar Canino, una varietà di oliva antica, conosciuta già dagli Etruschi, coltivata nelle terre dell&#8217;antica Etruria tra Toscana, Umbria e Lazio. Un prodotto di nicchia, di altissima qualità, con una storia millenaria alle spalle.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La sfida non era comunicare un olio. Era comunicare un mondo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un mondo fatto di territorio, di radici storiche, di scelte coraggiose — come suggerisce il nome stesso del brand. Un mondo in cui la qualità non è un argomento di marketing, ma una filosofia di vita.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">Il brand</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Il primo passo è stato costruire un&#8217;identità visiva che parlasse contemporaneamente di tradizione e di modernità. Niente di nostalgico o folkloristico — Visagi Coraggiosi è un progetto giovane, ambizioso, proiettato verso un mercato internazionale. Ma con radici profonde, che andavano onorate.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il logo nasce da questo equilibrio: forme pulite e contemporanee che richiamano la terra, l&#8217;ulivo, il territorio etrusco. Una palette cromatica che evoca la natura senza scadere nel già visto. Un carattere tipografico che unisce eleganza e solidità — perché un brand che si chiama &#8220;Coraggiosi&#8221; deve avere una voce decisa.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">Il sito</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Il sito è stato progettato come un&#8217;esperienza narrativa prima ancora che come un e-commerce. Chi arriva su Visagi Coraggiosi non deve semplicemente acquistare un prodotto — deve capire perché vale la pena farlo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Per questo la struttura racconta prima il territorio, la storia, i valori. Poi il prodotto. Poi lo shop. Un percorso consapevole, che accompagna il visitatore attraverso la stessa scoperta che hanno fatto i fondatori quando hanno scelto quelle terre.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">L&#8217;e-commerce è integrato in modo fluido, senza interrompere la narrazione. Pulito, diretto, con immagini che valorizzano la qualità visiva del prodotto e dei paesaggi che lo circondano.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">I materiali grafici</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">L&#8217;identità visiva è stata poi declinata su tutti i materiali di comunicazione — packaging, etichette, materiali promozionali — mantenendo in ogni formato la stessa coerenza e la stessa cura per i dettagli. Perché un brand che ha ricevuto premi internazionali come il Bicchiere d&#8217;Oro al Milan International Olive Oil Award e il Premio di Platino alla London International Olive Oil Competition merita una veste grafica all&#8217;altezza del riconoscimento.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">Il risultato</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Visagi Coraggiosi oggi è un brand solido, riconoscibile, premiato in Italia e nel mondo. Un progetto che dimostra come design e qualità del prodotto, quando camminano insieme, si amplificano a vicenda. </span>Un progetto di cui vado fiero.</p>
<p class="p1"><a href="https://www.visagicoraggiosi.com/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Esploratelo voi stessi www.visagicoraggiosi.com</strong></a></p>
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		<title>Olivetti: quando un&#8217;azienda diventa cultura</title>
		<link>https://www.psweb.it/olivetti-quando-unazienda-diventa-cultura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Nov 2024 11:20:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel precedente articolo su cosa rimane di un brand quando il prodotto scompare, ho citato Olivetti quasi di sfuggita. Ho scritto che meritava un articolo a parte. Eccolo. Perché Olivetti non è semplicemente una storia aziendale di successo. È forse l&#8217;esempio più straordinario che l&#8217;Italia abbia mai prodotto di come il design, la cultura e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Nel precedente articolo su <a href="https://www.psweb.it/cosa-rimane-di-un-brand-quando-il-prodotto-scompare/"><strong>cosa rimane di un brand quando il prodotto scompare</strong></a>, ho citato Olivetti quasi di sfuggita. Ho scritto che meritava un articolo a parte. Eccolo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Perché Olivetti non è semplicemente una storia aziendale di successo. È forse l&#8217;esempio più straordinario che l&#8217;Italia abbia mai prodotto di come il design, la cultura e l&#8217;impresa possano fondersi in qualcosa di unico — qualcosa che va molto oltre il prodotto che vendi.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">Un&#8217;idea di azienda diversa</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Tutto inizia con Camillo Olivetti, che fonda l&#8217;azienda a Ivrea nel 1908. Ma è con il figlio Adriano che Olivetti diventa qualcosa di irripetibile. Adriano non era solo un imprenditore — era un intellettuale, un visionario, un uomo convinto che la fabbrica potesse essere un luogo di bellezza e dignità umana, non solo di produzione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questa convinzione si è tradotta in scelte concrete e radicali. Olivetti ha assunto i migliori designer, architetti, grafici e intellettuali del momento. Ha costruito fabbriche progettate da architetti di fama. Ha creato asili nido, biblioteche, case per i dipendenti. Ha fondato riviste culturali. Ha fatto della comunicazione visiva un atto estetico consapevole, in un&#8217;epoca in cui la maggior parte delle aziende pensava alla pubblicità come a uno strumento puramente commerciale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il risultato è stato un&#8217;identità così coerente e profonda da diventare — come ho scritto in precedenza — parte della cultura collettiva. Non solo italiana.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">Il design come linguaggio</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Parlare del design Olivetti significa parlare di nomi che hanno fatto la storia del progetto industriale e grafico mondiale. <strong>Giovanni Pintori</strong>, responsabile della comunicazione visiva per oltre vent&#8217;anni, ha creato manifesti pubblicitari che ancora oggi vengono esposti nei musei di design di tutto il mondo. Non erano réclame — erano opere d&#8217;arte al servizio di un&#8217;idea.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><strong>Marcello Nizzoli</strong> ha disegnato la <strong>Lettera 22</strong>, la macchina da scrivere portatile più bella mai prodotta. Una forma così perfetta da essere entrata nella collezione permanente del MoMA di New York. <strong>Ettore Sottsass</strong> ha progettato la <strong>Valentine</strong> — rossa, leggera, provocatoria — trasformando uno strumento di lavoro in un oggetto di desiderio. <strong>Mario Bellini</strong>, <strong>Perry King</strong>, <strong>Michele De Lucchi</strong>: ognuno ha lasciato il proprio segno su un catalogo di prodotti che sembrava disegnato per durare nel tempo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ogni macchina da scrivere, ogni calcolatrice, ogni computer Olivetti era il risultato di un processo progettuale in cui estetica e funzione non erano in competizione — erano la stessa cosa.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">Il Negozio di Venezia</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">C&#8217;è un luogo che, più di ogni altro, racconta questa visione. Il Negozio Olivetti in Piazza San Marco a Venezia, progettato da <strong>Carlo Scarpa</strong> tra il 1957 e il 1958.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Scarpa era uno degli architetti italiani più raffinati del Novecento — maestro nell&#8217;uso dei materiali, nella cura del dettaglio, nel dialogo tra antico e contemporaneo. E in quello spazio strettissimo affacciato sulla piazza più famosa del mondo ha creato qualcosa di straordinario: un interno che è insieme architettura, design, scultura e narrazione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le scale in marmo, i giochi d&#8217;acqua, la selezione dei materiali, la luce — tutto concorre a creare un&#8217;esperienza che non ha niente a che fare con la vendita di macchine da scrivere nel senso tradizionale del termine. È uno spazio pensato per comunicare un&#8217;idea di civiltà. Per dire: noi non vendiamo oggetti. Vendiamo un modo di pensare.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quel negozio esiste ancora oggi, restaurato e aperto al pubblico come spazio espositivo dal FAI. Visitarlo è un&#8217;esperienza che consiglio a chiunque si occupi di design, comunicazione o semplicemente ami la bellezza.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">L&#8217;innovazione nella comunicazione</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Olivetti è stata anche pioniera nella comunicazione aziendale moderna. Mentre le altre aziende degli anni Cinquanta e Sessanta comunicavano in modo didascalico e autoreferenziale, Olivetti investiva in campagne pubblicitarie di altissimo livello culturale, collaborava con artisti e intellettuali, pubblicava riviste come <strong>Zodiac</strong> e <strong>Comunità</strong> che non parlavano di prodotti ma di idee, architettura, urbanistica, società.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questa visione anticipava di decenni quello che oggi chiamiamo brand journalism o content marketing — l&#8217;idea che un&#8217;azienda possa costruire la propria autorevolezza non parlando di sé stessa, ma contribuendo al dibattito culturale del proprio tempo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La comunicazione Olivetti non cercava di vendere. Cercava di convincerti che chi usava una Olivetti era parte di qualcosa di più grande — una comunità di persone che credevano nella bellezza del lavoro ben fatto, nell&#8217;eleganza come valore, nel progetto come atto intellettuale.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">Cosa rimane</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Olivetti come azienda tecnologica non esiste più nella forma che l&#8217;ha resa grande. Il mercato è cambiato, la proprietà è cambiata, il mondo è cambiato.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Eppure il nome Olivetti evoca ancora oggi qualcosa di preciso e potente: un&#8217;idea di Italia colta, elegante, capace di unire cultura industriale e sensibilità artistica in modo irripetibile. Un modello che altri paesi ci hanno invidiato e che noi, forse, non abbiamo saputo abbastanza custodire.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La lezione di Olivetti è semplice da enunciare e difficilissima da applicare: tratta i tuoi clienti come persone intelligenti, circondati dei migliori talenti disponibili, non scendere mai a compromessi sulla qualità e sulla bellezza — e costruirai qualcosa che sopravvive al prodotto, al mercato e al tempo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un&#8217;eredità che vale ancora tutto.</span></p>
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		<title>Cosa rimane di un brand quando il prodotto scompare</title>
		<link>https://www.psweb.it/cosa-rimane-di-un-brand-quando-il-prodotto-scompare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 May 2024 14:52:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è un momento strano, nella vita di certi brand, in cui il prodotto originale smette di esistere ma il nome continua a vivere. Anzi, a volte vive meglio di prima. Me lo sono chiesto la prima volta pensando a Kodak. Per decenni, Kodak è stata la fotografia. Non un&#8217;azienda fotografica — la fotografia. Quel giallo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un momento strano, nella vita di certi brand, in cui il prodotto originale smette di esistere ma il nome continua a vivere. Anzi, a volte vive meglio di prima.</p>
<p>Me lo sono chiesto la prima volta pensando a Kodak. Per decenni, Kodak è stata la fotografia. Non un&#8217;azienda fotografica — la fotografia. Quel giallo inconfondibile, quella K doppia, quel profumo di rullino appena aperto. Poi è arrivato il digitale, e Kodak ha perso la sua battaglia più importante. Eppure oggi quel nome evoca ancora qualcosa di preciso: calore, nostalgia, analogico. Un&#8217;estetica intera. Il prodotto è quasi scomparso. Il brand, no.</p>
<h4>L&#8217;identità sopravvive al prodotto</h4>
<p>Questo è uno dei fenomeni più affascinanti del branding, e anche uno dei meno discussi. Un&#8217;identità visiva e valoriale costruita nel tempo diventa qualcosa di autonomo — quasi indipendente da ciò che vende. Smette di essere un&#8217;etichetta su una scatola e diventa un sistema di significati condivisi.</p>
<p>Pensate a Polaroid. L&#8217;azienda è fallita due volte. Eppure il formato quadrato con il bordo bianco è diventato un&#8217;icona culturale. Instagram ha costruito la sua fortuna iniziale proprio su quell&#8217;estetica. Il prodotto era sparito. Il linguaggio visivo era rimasto — e qualcun altro lo ha raccolto.</p>
<p>O pensate a Blackberry. Oggi quasi nessuno usa più quei telefoni con la tastiera fisica. Ma chi li ha usati ricorda ancora quella sensazione — il click dei tasti, la spia rossa lampeggiante. Un&#8217;esperienza sensoriale che ha lasciato un&#8217;impronta precisa. Anche quello è brand.</p>
<h4>Cosa costruiamo davvero, quando costruiamo un&#8217;identità</h4>
<p>Un brand forte non descrive ciò che vendi oggi. Racconta chi sei, cosa credi, quale visione del mondo porti avanti. Ed è questa profondità che sopravvive al tempo.</p>
<p>I brand più longevi non sono quelli che hanno avuto i prodotti migliori. Sono quelli che hanno saputo costruire un&#8217;identità così coerente e riconoscibile da diventare parte della cultura collettiva. Levi&#8217;s non vende solo jeans. Moleskine non vende solo quaderni. Olivetti — e qui mi fermo un momento, perché Olivetti merita un articolo a parte — non vendeva solo macchine da scrivere. Vendeva un modo di pensare il lavoro, la bellezza, il futuro.</p>
<h4>Una domanda che vale la pena farsi</h4>
<p>Ogni azienda, prima o poi, dovrebbe chiedersi: se domani il nostro prodotto principale scomparisse, cosa rimarrebbe di noi nella testa delle persone?</p>
<p>Se la risposta è &#8220;niente&#8221; — o peggio, &#8220;non lo so&#8221; — allora il lavoro sull&#8217;identità non è ancora finito.</p>
<p>Perché un brand vero non è ciò che produci. È ciò che le persone sentono quando sentono il tuo nome.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@linkhoang?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText" target="_blank" rel="noopener"><span class="s2">Link Hoang</span></a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/scatola-di-cartone-gialla-e-rossa-BWP5ejkF-Xk?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText" target="_blank" rel="noopener"><span class="s2">Unsplash</span></a></span></p>
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		<item>
		<title>Blu. Storia di un colore</title>
		<link>https://www.psweb.it/blu-storia-di-un-colore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Feb 2023 08:55:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Suggerimenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pensare ai colori come li conosciamo oggi, nell&#8217;arte, nella moda applicati ai tessuti, nel design sugli oggetti che ci circondano, oppure in pubblicità, nei film o sulle automobili, fino ai monitor dei nostri devices, ci rende difficile comprendere che un tempo molto lontano alcuni colori non esistevano e, se esistevano, non venivano o potevano essere [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">Pensare ai colori come li conosciamo oggi, nell&#8217;arte, nella moda applicati ai tessuti, nel design sugli oggetti che ci circondano, oppure in pubblicità, nei film o sulle automobili, fino ai monitor dei nostri devices, ci rende difficile comprendere che un tempo molto lontano alcuni colori non esistevano e, se esistevano, non venivano o potevano essere usati per vari motivi: ideologici, morali, di classe, una vera e propria “cromofobia” come scrive Michel Pastoreau, l’autore del libro “Blu. Storia di un colore”.</p>
<p class="p1">Questo libro è un viaggio meraviglioso attraverso la storia del colore, dalla preistoria ai giorni nostri, e racconta le mille avversità che hanno portato il Blu a diventare uno dei colori più apprezzati anche ai giorni nostri. Anche se già conosciuto prima di Cristo, si è potuto esprimere tardi per innumerevoli motivi, a volte tecnici e commerciali, in alcuni casi sociali, in altri religiosi e infine anche politici. In Europa per molti secoli, la chiesa prima e le confessioni protestanti poi, hanno emesso proclami, dictact, ed esclusioni sull’utilizzo di alcuni colori<span class="Apple-converted-space">  </span>nella liturgia e nel vestiario sacro. Il Blu, fino almeno al XII secolo, resta spesso un colore secondario o periferico. Sul piano simbolico conta meno dei tre colori di base delle culture antiche: il rosso, il bianco e il nero.</p>
<p class="p1">In antichità i colori non si miscelavano perché essendo di origine minerale, vegetale, o animale, il più delle volte non legavano tra loro,<span class="Apple-converted-space">  </span>e non creavano quindi i colori che siamo abituati oggi a vedere, ad esempio mescolando giallo e blu per ottenere il verde. In molti casi non erano stabili, si ossidavano, stingevano, cambiavano sotto l’azione del sole e dei lavaggi. Nel libro si parla molto di abiti, non solo civili, quelli destinati al popolo e quelli ai nobili, ma anche quelli ecclesiastici e militari. C’è un’ampia parte dedicata alla tecnica tintoria e al mercato delle sostanze a questa collegata, che coinvolge il commercio, il denaro e la politica. Il colorante blu fa esplodere una vera e propria guerra commerciale. Alla fine del XVII secolo e durante tutto il XVIII, Francia e una parte della Germania impediscono, con leggi e divieti, l’utilizzo dell’indaco prodotto nelle Americhe a favore del guado prodotto in Europa.</p>
<figure id="attachment_3194" aria-describedby="caption-attachment-3194" style="width: 1500px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/File:Indigo-Historische_Farbstoffsammlung.jpg" target="_blank" rel="noopener"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-3194 size-full" src="https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/02/Panette-di-indaco.jpg" alt="" width="1500" height="678" srcset="https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/02/Panette-di-indaco.jpg 1500w, https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/02/Panette-di-indaco-300x136.jpg 300w, https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/02/Panette-di-indaco-1024x463.jpg 1024w, https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/02/Panette-di-indaco-768x347.jpg 768w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></a><figcaption id="caption-attachment-3194" class="wp-caption-text">Indaco, collezione storica di coloranti dell&#8217;Università Tecnica di Dresda, Germania. Fonte: Wikimedia Commons.</figcaption></figure>
<p class="p1">Anche nell’arte il Blu non veniva quasi mai considerato, fino a quando lo straordinario sviluppo del culto mariano, fa vestire la Madonna con il mantello blu che la proclama regina dei cieli e lo estende a tutti i campi della creazione artistica. Verso il 1140 i pittori vetrai mettono a punto il celebre “blu di saint-Denis”, legato alla ricostruzione della omonima chiesa abbaziale. Nel corso dei secoli<span class="Apple-converted-space">  </span>il Blu diventa in Francia il colore della monarchia, dalla fine del Medio Evo quello dello Stato e del governo e, infine, in età moderna, quello della Nazione. Nel Romanticismo, con lo straordinario successo del romanzo di Goethe “I dolori del giovane Werther” pubblicato a Lipsia nel 1774 e la «werthermania» che ne seguì, fecero si che in tutta Europa si diffondesse la moda dell&#8217;abito blu «alla Werther».<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<blockquote>
<p class="p1"><em>&#8220;I rapporti fra Goethe e il colore blu non si limitano ai Dolori del giovane Werther. Non solo il blu ricorre spesso nei suoi componimenti poetici giovanili &#8211; come in quelli di tutti i suoi contemporanei &#8211; ma soprattutto diventa il fulcro delle sue teorie sul colore… E’ al ritorno dal suo viaggio in Italia, nel 1788, che lo scrittore decise di applicarcisi seriamente e concepì il progetto di un trattato completo del colore; non un&#8217;opera da artista o da poeta, ma un vero trattato scientifico. A tale data era già «convinto, come per istinto, che la teoria di Newton fosse sbagliata». Per Goethe, infatti, il colore è un fenomeno vivo, umano, che non può ridursi a formule matematiche. E il primo che, contro i newtoniani, abbia reintrodotto la componente umana nei problemi del colore e abbia osato affermare che un colore che nessuno vede è un colore che non esiste”.</em></p>
</blockquote>
<p class="p1">Il Blu conquista lentamente, nel corso del tempo, un ruolo centrale nella moda; come non citare i blue jeans, che sono probabilmente il miglior esempio del successo di questo colore. Anche la letteratura, le arti, la linguistica ne sono influenzati <span class="s1">(l’espressione to be blue indica uno stato d’animo incline alla malinconia) o la musica (la storia del jazz raggiunge il suo culmine con Miles Davis e il suo Kind of blue),</span> dando al colore blu un ruolo simbolico e comunicativo di grande importanza.<span class="Apple-converted-space"> </span><span class="s1">Oggi è spesso associato alla tecnologia, alla razionalità e alla modernità, ma può anche essere visto come un colore rilassante e rinfrescante, o come un simbolo di forza e determinazione, ma come la storia ci insegna il Blu sarà sempre in evoluzione.</span></p>
<p class="p1">A questo libro uscito nel 2000, che ebbe un notevole successo, Michel Pastoureau ne fece seguire altri raccontando anche il Rosso, il Verde, il Giallo, il Nero, il Bianco. I colori non sono solo manuali, tecnica o teoria, ma ci raccontano anche la storia della nostra società che continua a ri-definirsi costantemente nell’arco dei secoli, plasmata da innumerevoli fattori culturali.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p class="p1"><a href="https://www.amazon.it/Blu-Storia-colore-Michel-Pastoureau/dp/883331832X/ref=asc_df_883331832X/?tag=googshopit-21&amp;linkCode=df0&amp;hvadid=589512717808&amp;hvpos=&amp;hvnetw=g&amp;hvrand=8848098225206015912&amp;hvpone=&amp;hvptwo=&amp;hvqmt=&amp;hvdev=c&amp;hvdvcmdl=&amp;hvlocint=&amp;hvlocphy=1008463&amp;hvtargid=pla-1652843782713&amp;psc=1" target="_blank" rel="noopener"><strong>Non vedi l’ora di leggerlo? Clicca qui</strong></a></p>
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		<title>Guardare Pensare Progettare</title>
		<link>https://www.psweb.it/guardare-pensare-progettare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2023 16:11:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Suggerimenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non nascondo la mia massima ammirazione per Riccardo Falcinelli, uno dei miei autori preferiti e uno dei piú apprezzati graphic designer italiani, insegna Psicologia della percezione presso la facoltà di Design ISIA di Roma. Dopo il grande successo italiano, alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Inglese, (Chromorama How Colour Changed Our Way of [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non nascondo la mia massima ammirazione per Riccardo Falcinelli, uno dei miei autori preferiti e uno dei piú apprezzati graphic designer italiani, insegna Psicologia della percezione presso la facoltà di Design ISIA di Roma. Dopo il grande successo italiano, alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Inglese, (Chromorama How Colour Changed Our Way of Seeing, editore Penguin nella collana Particular books), in spagnolo (Cromorama: Cómo el color transforma nuestra visión del mundo, editore Taurus), e anche in giapponese (Critica portatile al Visual Design, curiosamente il titolo è rimasto in italiano).</p>
<p>In uno dei suoi primi libri che ho letto (Guardare, Pensare, Progettare del 2011, editore Stampa Alternativa &amp; Graffiti), Falcinelli combina la sua esperienza personale con una vasta conoscenza delle teorie del design per offrire una visione profonda e illuminante sul modo in cui guardiamo, pensiamo e progettiamo, con una scrittura personale, sapiente e colloquiale, come una piacevole conversazione in una serata tra amici a cena. Questo libro esplora il rapporto tra occhio, cervello e percezione visiva, argomentando di come guardiamo la realtà e di come questo influisca su come progettiamo e pensiamo. Nulla di ciò che ci circonda è neutro in sé, ogni immagine infatti ha un punto di vista politico, economico, sociale e non è automaticamente comunicativa, ma lo è in rapporto con la lingua e con la scrittura, e in senso più ampio con la cultura.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone wp-image-3180 size-full" src="https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/02/Book-Guardare-Pensare-Progettare.jpg" alt="" width="1500" height="1125" srcset="https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/02/Book-Guardare-Pensare-Progettare.jpg 1500w, https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/02/Book-Guardare-Pensare-Progettare-300x225.jpg 300w, https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/02/Book-Guardare-Pensare-Progettare-1024x768.jpg 1024w, https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/02/Book-Guardare-Pensare-Progettare-768x576.jpg 768w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Il bello del suo approccio, presente in tutti i suoi libri, è che non esistono argomentazioni separate, ma tutto è connesso e correlato: cinema, arte, fumetto, tecnologia, anatomia, scienza, storia, economia, politica, tutti concorrono a definire il prodotto finale, che sia la copertina di libro, un manifesto, un film, un fumetto, una pagina pubblicitaria, un oggetto, un edificio o una semplice immagine.</p>
<p>Conoscere dal punto di vista anatomico e neurologico come funziona la nostra vista e il nostro modo di guardare, dovrebbe essere insegnato in tutti quegli ambiti formativi che si occupano di immagine, arte, design, moda e comunicazione. Questo ed altri libri che affrontano l&#8217;argomento dovrebbero essere adottati come libri di testo, &#8220;Guardare, Pensare, Progettare&#8221; è un libro essenziale per designer, artisti, studenti e appassionati di arte e design.</p>
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		<title>AI (Intelligenza Artificiale), l&#8217;amica geniale?</title>
		<link>https://www.psweb.it/ai-intelligenza-artificiale-lamica-geniale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jan 2023 15:59:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;intelligenza è stata definita in molti modi: capacità di astrazione, logica, comprensione, autoconsapevolezza, apprendimento, conoscenza emotiva, ragionamento, pianificazione, creatività, pensiero critico e risoluzione dei problemi. La teoria della triarchia del pensiero (così chiamata perché si basa su suddivisioni triadiche) afferma anche che l&#8217;intelligenza si esprime attraverso tre componenti fondamentali: analitica, creativa e pratica. Si parla [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">L&#8217;intelligenza è stata definita in molti modi: capacità di astrazione, logica, comprensione, autoconsapevolezza, apprendimento, conoscenza emotiva, ragionamento, pianificazione, creatività, pensiero critico e risoluzione dei problemi. La teoria della triarchia del pensiero (così chiamata perché si basa su suddivisioni triadiche) afferma anche che l&#8217;intelligenza si esprime attraverso tre componenti fondamentali: analitica, creativa e pratica.</p>
<p class="p1">Si parla tantissimo di AI (Intelligenza Artificiale) e, credo, ne sentiremo parlare sempre di più. Si iniziano però ad intravedere anche tantissimi problemi all&#8217;orizzonte: legali, filosofici, etici, morali e sociali.</p>
<p class="p1">L&#8217;intelligenza artificiale è già oggi presente in molti settori, ad esempio nella <strong>tecnologia dell&#8217;informazione,</strong> utilizzata per automatizzare alcune attività, come la risposta alle email o il rilevamento delle intrusioni informatiche, nell&#8217;<strong>assistenza sanitaria,</strong> per analizzare i dati medici per identificare le condizioni mediche o per aiutare a prendere decisioni diagnostiche, in <strong>finanza,</strong> per fare previsioni finanziarie e per automatizzare alcune attività finanziarie, nei <strong>trasporti,</strong> per sviluppare sistemi di guida autonoma per automobili e veicoli aerei, nel <strong>retail,</strong> per raccomandare prodotti ai clienti in base alle loro precedenti acquisti e interessi e in <strong>agricoltura,</strong> per monitorare le condizioni dei campi e ottimizzare l&#8217;irrigazione e altre attività.</p>
<p class="p1"><b>E nel campo della creatività?</b></p>
<p class="p1">Sono già tanti gli esempi dell&#8217;utilizzo dell&#8217;AI nel campo delle immagini. <em><strong>Shutterstock, </strong>una</em> delle più note banche immagini commerciali, ha annunciato una partnership estesa con <em><strong>OpenAI</strong></em>, che vedrà il modello “da testo a immagine” di intelligenza artificiale DALL-E 2 integrato direttamente nella loro piattaforma. Anche <em><strong>Adobe Stock</strong></em> accetterà e venderà contenuti generati da intelligenze artificiali, e credo che molti altri seguiranno a brevissimo.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p class="p1">Un grande marchio italiano, <em><strong>Barilla</strong></em>, ha pubblicato sui suoi canali social un post creato con immagini digitali realizzati con l&#8217;AI, per pubblicizzare il brand <em><strong>Mulino Bianco.</strong></em> Ora se ne parla molto, ed è un argomento di moda, quindi ha sicuramente fatto bene ad utilizzarlo dal punto di vista comunicativo. Al momento questa modalità viene apertamente dichiarata, ma tra quanto tempo verrà utilizzata senza che ne saremo consapevoli? Credo tra non molto.</p>
<figure id="attachment_3142" aria-describedby="caption-attachment-3142" style="width: 935px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.instagram.com/p/Cm3ePaPISSW/?utm_source=ig_web_copy_link"><img decoding="async" class="wp-image-3142 size-full" src="https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/01/MulinoBianco-Instagram.jpg" alt="" width="935" height="600" srcset="https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/01/MulinoBianco-Instagram.jpg 935w, https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/01/MulinoBianco-Instagram-300x193.jpg 300w, https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/01/MulinoBianco-Instagram-768x493.jpg 768w" sizes="(max-width: 935px) 100vw, 935px" /></a><figcaption id="caption-attachment-3142" class="wp-caption-text">Fonte: Post Instagram Mulino Bianco Barilla</figcaption></figure>
<p class="p1">Anche nel campo dell&#8217;art,e l&#8217;utilizzo delle AI si è già affermata come nel caso di <em><b>Mario Klingemann</b></em>, artista tedesco tra i pionieri e sostenitori del movimento artistico dell’intelligenza artificiale. Una sua opera,  <i>Memories of Passersby I</i>, è già stata venduta da <em><strong>Sothebys</strong></em> il 6 Marzo 2019. Klingemann fa affermazioni molto coraggiose:<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<blockquote>
<p class="p1"><b><i>&#8220;Gli esseri umani non sono originali. Reinventano solo, creano collegamenti tra le cose che hanno visto. Mentre gli esseri umani possono solo costruire su ciò che hanno imparato e ciò che altri hanno fatto prima di loro, le macchine possono creare da zero&#8221;.</i></b></p>
<p class="p1"><b><i>&#8220;Il nostro cervello umano è troppo limitato per immaginare quanto possa diventare potente la creatività delle macchine&#8221;.</i></b></p>
</blockquote>
<p class="p1">Quest&#8217;ultima frase mi trova molto d&#8217;accordo. Al momento non riusciamo a comprendere tutte le possibili implicazioni di questa tecnologia e, come spesso accade,  l&#8217;uomo di fronte a qualcosa che non conosce e non comprende appieno, ha paura. I potenziali problemi però sono tanti, la gestione della privacy, l’archiviazione, la condivisione, la profilazione, la manipolazione e la governance dei dati così cruciali per questa tecnologia, la paura dell’impatto sulle professioni e la società in generale, la possibilità che difetti di progettazione (accidentali, ma anche volontari) possano creare algoritmi distorti e discriminatori ed infine il controllo ed allineamento dei valori umani e sociali, saranno la sfida per il futuro di tutti. Dovremo anticipare, governare e legiferare su tutti questi aspetti, per non farci trovare impreparati di fronte a questa tecnologia, che sembra sempre un passo avanti a noi.</p>
<p class="p1">Al momento non ho assolutamente abbastanza elementi per demonizzare o lodare l&#8217;AI (&#8220;l&#8217;amica geniale&#8221;), ma è già qui, ed ora dovremo inevitabilmente farci i conti. Non è solo una moda del momento, è entrata ed entrerà a far parte sempre di più in tutte le pieghe del nostro vivere quotidiano privato e professionale, dobbiamo saperne di più.</p>
<p class="p1">C&#8217;è anche chi vede sviluppi interessanti per l&#8217;umanità, come ad esempio <em><strong>Arthur Miller</strong>,</em> in un suo articolo sul <em><strong>Guardian </strong></em>apparso il 4 Marzo 2019 dal titolo: &#8220;<em><strong>Can machines be more creative than humans?&#8221; </strong></em>ne da una chiave di lettura possibilista.</p>
<p class="p1"><i>&#8230;&#8221;Due monumentali atti di creatività hanno dato il via al XX secolo. La teoria della relatività di Einstein e lo sviluppo del cubismo di Picasso ci hanno fatto vedere il mondo in modi nuovi e profondamente diversi e hanno portato a sviluppi scientifici e artistici di portata mondiale. Entrambi sono nati dalla scoperta di connessioni tra campi che sembravano non avere nulla a che fare l&#8217;uno con l&#8217;altro. Einstein ha visto un legame tra le leggi della termodinamica &#8211; del modo in cui il calore scorre &#8211; e la natura dello spazio e del tempo, mentre Picasso si è rivolto agli sviluppi della matematica, della scienza e della tecnologia per ampliare la sua tavolozza artistica.</i></p>
<p class="p1"><i>Forse in futuro, con le loro conoscenze enciclopediche e le loro fulminee capacità di elaborazione, i computer inizieranno a compiere simili slanci di immaginazione, prima eguagliando e poi superando la creatività umana. Tali salti potrebbero avere un valore incalcolabile per l&#8217;umanità, aprendo nuove strade culturali e scientifiche da esplorare, creando nuove forme d&#8217;arte, letteratura e musica, aiutando la ricerca medica e suggerendo modi per affrontare il nostro clima in crisi e la crescente crisi ecologica. Lungi dal sostituirci, potrebbero potenziarci, consentendo a uomini e macchine di lavorare fianco a fianco ai massimi livelli di creatività.</i></p>
<p class="p1"><em>Tradotto con www.DeepL.com/Translator (versione gratuita).</em></p>
<p class="p1">Fonti online:</p>
<p class="p1"><a href="https://www.robadagrafici.net/shutterstock-vendera-immagini-stock-generate-dallintelligenza-artificiale-con-laiuto-di-openai" target="_blank" rel="noopener">https://www.robadagrafici.net/shutterstock-vendera-immagini-stock-generate-dallintelligenza-artificiale-con-laiuto-di-openai</a></p>
<p class="p1"><a href="https://www.macitynet.it/adobe-immagini-generate-ia-intelligenza-artificiale" target="_blank" rel="noopener">https://www.macitynet.it/adobe-immagini-generate-ia-intelligenza-artificiale</a></p>
<p class="p1"><a href="https://www.ai4business.it/intelligenza-artificiale/come-lai-sta-innovando-il-modo-di-fare-arte" target="_blank" rel="noopener">https://www.ai4business.it/intelligenza-artificiale/come-lai-sta-innovando-il-modo-di-fare-arte</a></p>
<p class="p1"><a href="https://www.theguardian.com/technology/2019/mar/04/can-machines-be-more-creative-than-humans" target="_blank" rel="noopener">https://www.theguardian.com/technology/2019/mar/04/can-machines-be-more-creative-than-humans</a></p>
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		<title>Il colore dell’anno 2023 non esiste?</title>
		<link>https://www.psweb.it/il-colore-dellanno-2023-non-esiste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Dec 2022 14:33:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avrai visto ovunque, sui social e anche su alcune testate online, che il colore dell’anno 2023, scelto da PANTONE  è 18-1750 Viva Magenta. Pantone LLC è un&#8217;azienda statunitense che si occupa principalmente di tecnologie per la grafica, della catalogazione dei colori e della produzione del sistema di identificazione di questi ultimi. Noto come Pantone Matching [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[


<p class="is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">Avrai visto ovunque, sui social e anche su alcune testate online, che il colore dell’anno 2023, scelto da <em>PANTONE  è 18-1750 Viva Magenta</em><em>.</em></p>
<p><em>Pantone LLC è un&#8217;azienda statunitense che si occupa principalmente di tecnologie per la grafica, della catalogazione dei colori e della produzione del sistema di identificazione di questi ultimi. Noto come Pantone Matching System (PMS), è divenuto a norma internazionale per quanto riguarda la grafica ed è utilizzato anche per la gestione dei colori nell&#8217;industria e nella chimica.</em></p>
<p>L’importanza che riveste il sistema Pantone è fondamentale per i grafici e i designer di tutto il mondo. Un colore, per essere utilizzato, ha bisogno di essere decodificato, di modo che possa essere riprodotto il più fedelmente possibile su ogni tipo di media, (carta, oggetti, tessuti, materiali, display, etc) in ogni parte del mondo.</p>
<p>Dopo l’annuncio, ho cercato su internet informazioni sul colore Magenta e ho trovato diverse curiosità: per esempio che l’origine del nome è associato ad una storica battaglia, che è stato trovato per sbaglio nel 1858 da un chimico tessile dopo una notte insonne. Una notizia in particolare ha colto la mia attenzione più delle altre, che in realtà il Magenta non esiste. Ma andiamo con ordine.</p>
<p><strong>L’inventore</strong></p>
<p>A creare,per puro caso,il colore magenta, fu François-Emmanuel Verguin, un chimico di Lione alle prese con la creazione di nuovi coloranti artificiali per l’industria del tessile. Dopo una notte di febbrili ricerche per creare un colorante efficace, il chimico decise di andare a dormire, ma prima gettò dalla finestra tutti i composti usati per i propri esperimenti. La mattina dopo, guardando i rimasugli rimasti nella bacinella, trovò uno stupendo colore, la fucsina.</p>
<p><strong>L’origine del nome</strong></p>
<p>Non c’è una certezza sul perché il colore si chiami magenta. Una delle ipotesi è che il nome derivi dalla battaglia di Magenta del 1859, durante le guerre per l’Unità d’Italia, dove Napoleone III di Francia sconfisse l’esercito austriaco. Fu così devastante per entrambi gli eserciti e così cruenta che, quando i partecipanti e gli osservatori prestarono attenzione alla tinta del sangue di cui era stato impregnato il terreno, trovarono una significativa somiglianza con l’iridescenza del colorante sviluppato chimicamente nel 1858 da Verguin.</p>
<p><strong>Il “caso” Magenta</strong></p>
<p>I nostri occhi sono il “dispositivo” in grado di far percepire alla nostra mente oltre 200 diverse sfumature di colore, di differenziare con precisione le sfumature più particolari e di riconoscere oltre 20 livelli di saturazione e 500 livelli di luminosità.</p>
<p>All’interno del nostro occhio, sulla retina, sono presenti dei fotorecettori chiamati “coni”. Ne abbiamo di tre tipi: quelli che riconoscono il rosso, quelli che riconoscono il verde e quelli che riconoscono il blu. Come facciamo allora a riconoscere tutti gli altri colori?</p>
<p>Il giallo, per esempio ha la sua lunghezza d’onda, che cade a metà strada tra il rosso e il verde e il nostro cervello, di fronte a questo colore, elabora le informazioni raccolte, per darci la percezione del giallo. Nel momento in cui tutti e tre i coni vengono attivati, percepiamo il bianco, quando non viene attivato nessun cono abbiamo il nero.</p>
<p>La particolarità del magenta, che lo differenzia ad esempio dal giallo, è che provoca contemporaneamente il rilevamento di due lunghezze d’onda che si trovano ai due estremi dello spettro luminoso, il rosso e il viola. In questo caso, la prima opzione per il cervello sarebbe quella di trovare un colore che sia a metà strada tra i due. Ma secondo quel procedimento, ciò che si otterrebbe sarebbe il verde, e questo non è rappresentativo della mistura tra rosso e viola.</p>
<p><strong>Quando il magenta appare davanti agli occhi, il cervello inventa un colore che non corrisponde a nessuna parte dello spettro visibile. A differenza di tutti gli altri colori, il magenta non ha una propria lunghezza d’onda, cioè non esiste. Ma lo vediamo e lo percepiamo.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le fonti che ho usato e dove potrai trovare altre curiosità e approfondimenti:</p>
<p><a href="https://interiorissimi.it/il-colore-magenta-non-esiste" target="_blank" rel="noopener">https://interiorissimi.it/il-colore-magenta-non-esiste</a></p>
<p><a href="https://www.momarte.com/blog/colori/perche-il-magenta-non-esiste-colore-spettro#nascita" target="_blank" rel="noopener">https://www.momarte.com/blog/colori/perche-il-magenta-non-esiste-colore-spettro#nascita</a></p>
<p><a href="http://www.boscarol.com/blog/?page_id=8811" target="_blank" rel="noopener">http://www.boscarol.com/blog/?page_id=8811</a></p>
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		<title>Ma che ingredienti hai messo?</title>
		<link>https://www.psweb.it/ma-che-ingredienti-hai-messo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2022 11:13:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo undici edizioni di Master Chef abbiamo capito l’importanza di utilizzare ottimi ingredienti. Se sono scadenti, si può certamente realizzare il piatto ma la sua qualità sarà mediocre. Lo stesso vale per la comunicazione: affinché il risultato sia degno di nota, devono esserlo anche i suoi ingredienti. Cioè le immagini, della cui importanza abbiamo già [&#8230;]</p>
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<p class="is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">Dopo undici edizioni di Master Chef abbiamo capito l’importanza di utilizzare ottimi ingredienti. Se sono scadenti, si può certamente realizzare il piatto ma la sua qualità sarà mediocre. Lo stesso vale per la comunicazione: affinché il risultato sia degno di nota, devono esserlo anche i suoi ingredienti. Cioè <a href="https://www.psweb.it/per-maestri-ho-avuto-i-miei-occhi-michelangelo-antonioni/">le immagini, della cui importanza abbiamo già parlato</a>, e il testo.</p>
<p>Scroll infiniti, click compulsivi, lettura veloce e comprensione faticosa: è così che oggi ci si approccia ad un testo? Forse sì e forse perché, in fase di stesura, non si è dato il giusto valore alle parole.</p>
<p> “Le parole sono importanti!”, diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa. <br />E vanno sapute usare, aggiungo io.</p>
<p>Comunicare in modo corretto, scegliere le parole giuste, usare un tono di voce appropriato, è fondamentale per capire e farsi capire. L’ho sperimentato durante la costruzione del mio sito: prima di affidarmi ad un professionista, i testi non erano chiari e non spiegavano il senso del mio lavoro. Dopo, è stato finalmente tutto chiaro, come leggere con la luce accesa e non più al buio.</p>
<p>Immagini e testi si accompagnano e rafforzano a vicenda e, in un mondo di fruizione dei contenuti ad alta velocità, più sono impattanti e più alta è la probabilità che catturino l’attenzione dell’utente. La comunicazione, in fondo, è costituita da due livelli: il primo va soddisfatto con un visual, il secondo con le parole. Uno colpisce, le altre agganciano.</p>
<p>Concetto che vale per qualsiasi progetto, dalle brochure, ai siti internet all’adv classico. “Eh, ma a volte non c’è budget per un professionista” potrete obiettare. A volte sì, più spesso penso che a mancare non sia tanto il denaro quanto l’attenzione alla comunicazione. Tutti crediamo di saper scrivere, soprattutto se il prodotto è nostro o siamo noi, ma la verità è che non basta conoscere la grammatica per redigere un ottimo testo.</p>
<p>Se poi la scrittura riguarda il digitale, la faccenda si fa ancora più complessa.<br />Le competenze richieste, infatti, sono molteplici e specifiche perché oltre a saper scegliere le parole, il tono di voce e il target, è necessario conoscere una serie di regole sia per creare contenuti originali, gli unici che possano attirare l’attenzione, sia per aiutarli ad essere trovati sul web. Indicizzati, per dirla con il termine tecnico.</p>
<p>Quando state per realizzare un progetto di comunicazione, in sintesi, rivolgetevi ai professionisti delle immagini (Grafici e Art Director) e delle parole (Copywriter): con questi ottimi ingredienti, otterrete un piatto superlativo. Da tre stelle Michelin!</p>
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		<title>“Per maestri ho avuto i miei occhi.” Michelangelo Antonioni</title>
		<link>https://www.psweb.it/per-maestri-ho-avuto-i-miei-occhi-michelangelo-antonioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Aug 2022 12:16:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono un graphic designer, lavoro (anche) con le immagini. Siti web, pagine pubblicitarie, brochure: in tutti i materiali che realizzo le foto sono fondamentali anche se, a volte, sottovalutate. Eppure, nell’era digitale che stiamo attraversando, la comunicazione non verbale ha sostituito quella verbale: foto, video, grafica e animazioni sono le vere protagoniste di quella che possiamo chiamare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[


<p class="is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">Sono un graphic designer, lavoro (anche) con le immagini. Siti web, pagine pubblicitarie, brochure: in tutti i materiali che realizzo le foto sono fondamentali anche se, a volte, sottovalutate.</p>
<p>Eppure, nell’era digitale che stiamo attraversando, la comunicazione non verbale ha sostituito quella verbale: <strong>foto</strong><strong>,</strong> <strong>video</strong>, <strong>grafica</strong> <strong>e</strong> <strong>animazioni </strong>sono le vere protagoniste di quella che possiamo chiamare cultura visuale.</p>
<p>“Le origini del concetto di “cultura visuale” risalgono agli anni venti del secolo scorso in relazione all’impatto che la fotografia e il cinema stavano avendo sulla cultura contemporanea. Sono due ungheresi, il critico e teorico del cinema <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/B%C3%A9la_Bal%C3%A1zs" target="_blank" rel="noopener"><strong>Béla Balázs</strong></a> e l’artista <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/L%C3%A1szl%C3%B3_Moholy-Nagy" target="_blank" rel="noopener"><strong>Láslό Moholy-Nagy</strong></a><strong>, </strong>attivi in Austria e Germania, ad utilizzare per la prima volta nei loro scritti i termini tedeschi “visuelle Kultur”, “optische kultur” e “Schaukultur” , ossia “cultura visuale”, “cultura ottica” e “cultura della visione”, media cioè capaci di ridefinire le coordinate del visibile, il rapporto tra parola e immagine, visione e lettura, esperienza visiva e sapere concettuale”.</p>
<p>Da quando apriamo gli occhi, al mattino, a quando li chiudiamo, la sera, siamo continuamente bombardati da immagini, uno scroll infinito di foto cui dedichiamo pochissimi secondi. Poi, ad un certo punto, qualcosa attira la nostra attenzione e ci fermiamo. Ma cos’è che ci colpisce?</p>
<p>Il nostro cervello registra più velocemente un’immagine rispetto ad un testo perché questo rientra nella sfera del linguaggio e richiede un’elaborazione più complessa. Ciò che vediamo viene registrato nella memoria a lungo termine e confrontato con altro materiale visualizzato in precedenza, un paragone costante che pesca tra ricordi ed emozioni, la parte più profonda del nostro vissuto.</p>
<p>Un sito web ha solo pochi secondi per colpire l’attenzione e le immagini sono il fattore chiave su cui l’utente baserà la decisione di andare o rimanere. Lavorare con belle immagini e scatti ad hoc, quindi, è di gran lunga meglio che utilizzare materiale “pre-confezionato”. Certo, si può lavorare anche con contributi presi da iStock o Shutterstock, due grandi banche immagini cui attingere senza limiti, ma i progetti che possono usufruire di foto personalizzate hanno da subito una marcia in più.</p>
<p>Per questo è importante scegliere di destinare un budget alla realizzazione di scatti su misura, perché si ha più controllo sull’estetica (omogeneità visiva), sulla comunicazione (effetto verità) e sui risultati.</p>
<p>Ma in tutto questo, la scrittura? Il testo? Il linguaggio? Quanto conta rispetto ad una bella immagine? Ne parlerò nel <a href="https://www.psweb.it/ma-che-ingredienti-hai-messo/">prossimo articolo</a>, seguitemi!</p>
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