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Fondazione Maria Cristina Carlini: progettare intorno alla scultura

Quasi vent’anni dopo

Conosco Maria Cristina Carlini dal 2007. Il primo sito che le ho realizzato era un sito personale — quello di un’artista che voleva raccontarsi, mostrare il proprio lavoro, esistere in rete. È ancora lì, un po’ datato, e Cristina ci è affezionata. Non ho il cuore di dirle di cambiarlo.

Quasi vent’anni dopo, il mandato era completamente diverso. Non più il sito di una scultrice, ma il sito di una fondazione dedicata interamente al suo lavoro. Un cambio di scala, di registro, di funzione. E, soprattutto, una domanda progettuale nuova: come costruisci un’identità visiva per qualcosa che esiste per mettere al centro le opere di qualcun altro?

Un luogo fisico e digitale

La Fondazione Maria Cristina Carlini non è un museo, non è una galleria, non è un archivio nel senso freddo del termine. È qualcosa di più specifico e più vivo: un luogo — fisico e digitale insieme — dedicato a restituire nel suo pieno valore cinquant’anni di lavoro scultoreo, “tuttora in corso”, come recita la sua presentazione ufficiale.

La sede è a Via Savona 97, a due passi dallo studio storico in cui Carlini lavora ancora oggi. Ospita opere in permanenza, volumi, documenti, video consultabili da studiosi, appassionati, semplici curiosi. La direzione artistica e scientifica è di Marco Eugenio Di Giandomenico, critico d’arte di consolidata esperienza internazionale. Il programma comprende mostre, conferenze, seminari, pubblicazioni.

C’è una frase nella presentazione della Fondazione che mi è rimasta in testa durante tutto il progetto: Carlini aveva scelto per sé il motto di Annibale Carracci — “Noi altri dipintori habbiamo da parlar con le mani”. Fare, sempre. Lasciare ad altri i discorsi. La Fondazione, si legge, “veste le sue opere del discorso necessario per comprenderle appieno”. Il design doveva fare lo stesso: costruire il contenitore giusto per un discorso che non appartiene al designer, ma all’opera.

Farsi da parte nel momento giusto

Con VVA Market Research il problema era la coerenza: un’azienda solida, con vent’anni di storia e clienti importanti, che aveva bisogno di un’identità visiva finalmente all’altezza di ciò che era diventata. Per Visagi Coraggiosi era costruire un brand da zero, partendo da una storia autentica e da un territorio straordinario. Con la Fondazione Carlini il problema era diverso — e per certi versi più sottile.

Le opere esistono già. Hanno una forza fisica immediata: ferro, acciaio corten, grès, legno di recupero, bronzo. Sculture monumentali che occupano lo spazio, che dialogano con l’architettura, che non chiedono permesso. In questo contesto, il design corre un rischio preciso: diventare rumore. Sovrapporsi all’opera invece di servirla.

La domanda che mi sono posto fin dall’inizio non era “come rendiamo riconoscibile la Fondazione?” ma “come costruiamo un’identità che sappia farsi da parte nel momento giusto?” Istituzionale senza essere fredda. Rigorosa senza essere decorativa. Presente senza competere.

È un esercizio di sottrazione più che di aggiunta. E, paradossalmente, è uno dei mandati progettuali più difficili che un designer possa ricevere.

Ocra e nero

Il primo nodo era il logo. Doveva fare una cosa precisa: restituire immediatamente il lavoro di Cristina — le opere, i materiali, la filosofia. Non illustrarlo, non citarlo, ma evocarlo. Il segno è costruito su quattro elementi verticali — due neri, due ocra — dal profilo vivo e leggermente irregolare, come tracce lasciate da uno strumento. Una sorta di summa visiva delle opere di Carlini: le strutture verticali, le lastre, i pali che ricorrono nel suo lavoro da decenni. La palette si è imposta da sola: ocra e nero. La terra e il ferro. Gli stessi materiali con cui Carlini lavora da cinquant’anni — l’argilla nelle sue origini di ceramista, il ferro e l’acciaio corten nelle sculture monumentali che hanno definito la sua maturità. Due colori che non sono una scelta estetica, sono una scelta semantica.

C’era poi un vincolo preciso, e in questo caso benvenuto: il logo della Fondazione doveva andare in sintonia con il logo personale di Cristina, quello che accompagna la sua identità da artista già da molti anni. Non sovrapporsi, non ignorarlo — dialogare. Due identità distinte ma riconoscibilmente parte della stessa storia.

Per la tipografia ho lavorato su due livelli distinti. Il logo utilizza Helvetica Neue — la stessa scelta già fatta per il logo personale di Maria Cristina Carlini. Un classico del design svizzero, rigoroso, senza cedimenti decorativi, già oltre la moda. Usare lo stesso carattere nei due marchi non è una scorciatoia: è una scelta precisa. Chi conosce l’artista e incontra la Fondazione trova un filo identitario immediato. Due entità distinte, una sola storia.

Per il sito ho scelto Roboto. Stessa famiglia di pensiero — geometrica, pulita, ottimizzata per lo schermo — con una fluidità di lettura superiore nell’uso digitale. Il rigore del logo si traduce in leggibilità sul web, senza perdere coerenza.

Il contenitore regge

C’è un modo per capire se un sito funziona davvero: aspettare che il cliente abbia qualcosa di importante da comunicare, e vedere se il contenitore regge.

La Fondazione Carlini in questo momento ha molto da dire. Il 9 luglio 2026 si tiene a Palazzo Reale SUART 2026, forum internazionale sulla sostenibilità dell’arte. Dal 10 luglio al 30 agosto, sempre a Palazzo Reale, apre “Materie viventi” — due sculture monumentali nel Cortile d’Onore e nel Giardino. A giugno, “Origine” è entrata nella collezione permanente degli Horti dell’Almo Collegio Borromeo di Pavia. Notizie grandi, in spazi importanti.

Il sito le porta nel mondo con la stessa misura con cui è stato pensato: senza sovrastare, senza competere. Lasciando che siano le opere a parlare — esattamente come avrebbe voluto Annibale Carracci.

E Cristina, che di discorsi ne ha sempre fatti pochi, preferendo parlare con le mani, ha un posto digitale all’altezza di ciò che ha costruito in cinquant’anni di lavoro.

www.fondazionemariacristinacarlini.it