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	<title>Pensieri Archivi - PSWEB</title>
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	<description>Pierpaolo Sandroni, Digital Design</description>
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	<title>Pensieri Archivi - PSWEB</title>
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		<title>L&#8217;intelligenza artificiale e il design: strumento o minaccia?</title>
		<link>https://www.psweb.it/lintelligenza-artificiale-e-il-design-strumento-o-minaccia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 12:27:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho già scritto di AI e design su questo blog. Ma era un primo approccio, quasi una presa di posizione a caldo. Nel frattempo ho continuato a usarla, a osservarla, a farmi domande. E ho capito che la risposta giusta non è né &#8220;strumento&#8221; né &#8220;minaccia&#8221; — è entrambe le cose, a seconda di come [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho già scritto di AI e design su questo blog. Ma era un primo approccio, quasi una presa di posizione a caldo. Nel frattempo ho continuato a usarla, a osservarla, a farmi domande. E ho capito che la risposta giusta non è né &#8220;strumento&#8221; né &#8220;minaccia&#8221; — è entrambe le cose, a seconda di come la guardi e di cosa chiedi al tuo lavoro. Proviamo a ragionare insieme.</p>
<h4>La domanda che tutti si fanno</h4>
<p>Da quando strumenti come Midjourney, DALL·E e Adobe Firefly sono diventati accessibili a chiunque, nel mondo del design si è aperto un dibattito che non accenna a chiudersi. Da un lato chi sostiene che l&#8217;AI sia solo un nuovo strumento — come fu il computer negli anni Ottanta o Photoshop negli anni Novanta. Dall&#8217;altro chi teme che stia svuotando il mestiere dall&#8217;interno, riducendo anni di formazione e sensibilità a una manciata di parole chiave digitate in una casella di testo.</p>
<p>Ho sentito entrambe le posizioni. Le capisco entrambe. E non riesco a dare torto completamente a nessuna delle due.</p>
<h4>Quello che l&#8217;AI sa fare</h4>
<p>Sarebbe disonesto negarlo: l&#8217;AI sa fare cose straordinarie. In pochi secondi genera immagini che avrebbero richiesto ore di lavoro. Esplora varianti, combina stili, produce bozze visive con una velocità che nessun essere umano potrà mai eguagliare. Per chi lavora da solo come me, certi strumenti AI sono diventati un acceleratore reale — una fase di esplorazione che prima richiedeva giorni ora richiede ore.</p>
<p>Ho usato l&#8217;AI per generare moodboard, per testare direzioni visive, per produrre immagini di supporto per articoli e presentazioni. In questi casi mi ha aiutato, punto. Negarlo sarebbe come dire che non uso Google Maps perché preferisco le cartine stradali.</p>
<p>Ma c&#8217;è un ma. Anzi, ce ne sono diversi.</p>
<h4>Quello che l&#8217;AI non sa fare</h4>
<p>L&#8217;AI genera. Non pensa. Non ascolta. Non capisce perché un cliente ha bisogno di qualcosa di specifico, cosa lo tiene sveglio la notte, quale storia vuole raccontare al suo pubblico. Non sa che quel tono di blu deve richiamare il colore delle pareti dello showroom storico dell&#8217;azienda, o che il fondatore ha un&#8217;allergia viscerale al grassetto.</p>
<p>Il design non è produzione di immagini. È risoluzione di problemi attraverso le immagini. E la comprensione del problema — quella parte silenziosa, invisibile, fatta di ascolto e intuizione — è ancora completamente umana.</p>
<p>Ho visto lavori generati dall&#8217;AI che erano visivamente impressionanti e comunicativamente vuoti. Belli da guardare, insignificanti da leggere. Perché mancava la domanda giusta dietro — e la domanda giusta la sa fare solo chi conosce il contesto, la storia, le persone.</p>
<h4>Il vero rischio</h4>
<p>Il rischio che vedo non è che l&#8217;AI sostituisca i designer. È che abbassi la soglia di attenzione verso la qualità. Quando produrre un&#8217;immagine costa zero fatica, si tende a produrne tante senza chiedersi se siano davvero necessarie, davvero giuste, davvero coerenti con ciò che si vuole comunicare.</p>
<p>Il design ha sempre avuto un freno naturale nel tempo e nel costo. Quei vincoli costringevano a scegliere, a ragionare, a giustificare ogni decisione. Quando quel freno sparisce, sparisce anche una parte del processo creativo che produceva le idee migliori.</p>
<p>È già successo con la fotografia. Oggi chiunque ha in tasca un dispositivo capace di scattare foto tecnicamente perfette — esposizione corretta, messa a fuoco impeccabile, colori bilanciati. I software fanno il resto: correggono, migliorano, rendono straordinario anche ciò che è ordinario. Eppure proprio per questo il confine tra chi sa fotografare e chi semplicemente scatta si è fatto sempre più difficile da spiegare — e sempre più facile da ignorare. La professione non è scomparsa, ma si è svuotata di parte del suo valore percepito. Non perché i grandi fotografi siano diventati meno bravi. Ma perché la distanza tecnica tra loro e chiunque altro si è quasi azzerata agli occhi di chi non conosce la differenza.</p>
<p>Con il design rischiamo la stessa cosa. E forse ci siamo già dentro.</p>
<p>C&#8217;è poi un altro rischio, più sottile: l&#8217;omologazione. L&#8217;AI è addestrata su ciò che esiste già — su milioni di immagini prodotte dal passato. Tende quindi a generare ciò che è già stato visto, ciò che è statisticamente probabile, ciò che è medio. Il design straordinario, quello che cambia le cose, nasce invece dall&#8217;anomalia — dalla scelta inaspettata, dal dettaglio fuori registro, dall&#8217;intuizione che nessun algoritmo avrebbe prodotto.</p>
<h4>Come mi sono posizionato</h4>
<p>Dopo mesi di riflessione e sperimentazione, ho trovato un equilibrio che per ora funziona. Uso l&#8217;AI come fase esplorativa — per generare direzioni visive, testare atmosfere, produrre materiale grezzo su cui ragionare. Non come output finale.</p>
<p>La differenza è sottile ma sostanziale. L&#8217;AI entra nel processo come acceleratore della fase iniziale, non come sostituto della fase creativa. Le decisioni importanti — il concept, la strategia visiva, le scelte tipografiche, il sistema di colori — restano mie. Perché quelle decisioni nascono da una comprensione del cliente e del progetto che nessuno strumento può avere al posto mio.</p>
<p>È un equilibrio precario, lo so. Gli strumenti migliorano ogni mese. I confini si spostano continuamente. Quello che oggi è ancora territorio umano domani potrebbe non esserlo più.</p>
<h4>Una domanda aperta</h4>
<p>Mi chiedo spesso cosa avrebbe pensato Adriano Olivetti di tutto questo. Lui che credeva nel design come atto umano, come espressione di civiltà, come strumento di dignità. Probabilmente avrebbe usato l&#8217;AI — era troppo curioso e troppo pragmatico per non farlo. Ma avrebbe anche posto dei limiti precisi, difendendo con forza quella zona del processo in cui la macchina non entra.</p>
<p>Forse è questo il punto. Non si tratta di scegliere tra strumento e minaccia. Si tratta di decidere dove finisce la macchina e dove inizia il designer. Quella linea ognuno deve tracciarla da solo — con consapevolezza, con onestà e con un&#8217;idea chiara di cosa voglia dire fare questo mestiere.</p>
<p>Io la mia linea la sto tracciando. Per ora.</p>
<p><em>Foto di Pierpaolo Sandroni <strong>— </strong><strong>Leandro Erlich, installazione al Negozio Olivetti, Venezia.<br />
</strong>In mostra dal 9 maggio al 22 novembre 2026</em></p>
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		<title>Il font che non vedi ma senti</title>
		<link>https://www.psweb.it/il-font-che-non-vedi-ma-senti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Sep 2025 11:33:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è un esperimento mentale che faccio spesso quando mostro un progetto a qualcuno per la prima volta. Aspetto. Osservo la reazione. E quasi sempre, prima ancora che la persona abbia letto una parola, ha già deciso qualcosa — se fidarsi, se proseguire, se fermarsi. Quella decisione, il più delle volte, la prende il font. Un [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un esperimento mentale che faccio spesso quando mostro un progetto a qualcuno per la prima volta. Aspetto. Osservo la reazione. E quasi sempre, prima ancora che la persona abbia letto una parola, ha già deciso qualcosa — se fidarsi, se proseguire, se fermarsi.</p>
<p>Quella decisione, il più delle volte, la prende il font.</p>
<h4>Un linguaggio invisibile</h4>
<p>La tipografia è forse l&#8217;elemento più sottovalutato della comunicazione visiva. Tutti la usano, pochi la studiano, quasi nessuno la nota consciamente. Eppure agisce in modo preciso e potente, molto prima che il contenuto arrivi alla mente razionale.</p>
<p>Provate a immaginare il nome di uno studio legale scritto in un carattere tondo e informale come il Comic Sans. O il logo di un brand di lusso impostato in un font bold e aggressivo. La reazione è immediata — e fisica. Qualcosa non torna. Il messaggio e il tono si contraddicono, e il cervello lo percepisce come un disturbo, anche senza saperlo spiegare.</p>
<p>È quello che i designer chiamano incongruenza tipografica. E funziona anche al contrario: quando font e contenuto si parlano, quando c&#8217;è coerenza tra forma e significato, tutto scorre. La lettura diventa più fluida, la fiducia aumenta, il messaggio passa.</p>
<h4>Serif, sans-serif e tutto ciò che comunicano</h4>
<p>I caratteri con le grazie — i cosiddetti serif, come il Times New Roman o il Garamond — trasmettono tradizione, autorevolezza, profondità. Non è un caso che li troviamo sui libri di storia, sui giornali storici, sulle insegne delle istituzioni. Hanno secoli di storia alle spalle, e quella storia si sente.</p>
<p>I sans-serif — Helvetica, Futura, Gill Sans — parlano un altro linguaggio: modernità, chiarezza, efficienza. Sono i font della tecnologia, del design contemporaneo, della comunicazione diretta. Non a caso Apple, Google e gran parte dei brand digitali li hanno adottati come lingua madre.</p>
<p>Ma la vera differenza non è solo estetica. È emotiva. Un carattere con le grazie rallenta leggermente la lettura, invita alla riflessione. Un sans-serif la accelera, invita all&#8217;azione. Due ritmi diversi, due esperienze diverse, due messaggi diversi — anche con le stesse parole.</p>
<p>C&#8217;è poi un altro livello di lettura, ancora più sottile. Quasi ogni brand usa almeno due font — uno per i titoli, uno per il testo. Il primo deve colpire, il secondo deve accompagnare. Quando questi due caratteri dialogano bene tra loro, la comunicazione scorre naturale. Quando si contraddicono, qualcosa stona — anche se non si riesce a dire esattamente cosa.</p>
<h4>Quello che il font dice di te</h4>
<p>Ho sempre pensato che scegliere un font sia un po&#8217; come scegliere come vestirsi per un appuntamento importante. Non è vanità — è comunicazione. Stai dicendo qualcosa di te prima ancora di aprire bocca.</p>
<p>Un brand che sceglie un carattere elegante e sottile sta dicendo: prendiamo le cose con cura. Uno che sceglie un font robusto e deciso sta dicendo: siamo solidi, affidabili, non ci spaventa niente. Uno che sceglie qualcosa di irregolare e manoscritto sta dicendo: siamo umani, vicini, autentici.</p>
<p>Nessuno di questi messaggi viene letto. Vengono sentiti.</p>
<h4>Osservate, non leggete</h4>
<p>Viviamo immersi nella tipografia — schermi, insegne, packaging, libri, interfacce. È ovunque, sempre. Eppure la guardiamo senza vederla davvero, come l&#8217;aria che respiriamo.</p>
<p>La prossima volta che aprite un sito, sfogliate una rivista o entrate in un negozio, provate a fare una cosa sola: ignorare il contenuto per un momento e osservare solo i caratteri. Cosa sentite? Calore o distanza? Fiducia o diffidenza? Velocità o calma? Provate con Vogue e con un manuale di istruzioni. Stessa lingua, stesso alfabeto — eppure mondi lontanissimi. La differenza, spesso, è tutta nei caratteri.</p>
<p>Quella sensazione non è un&#8217;impressione vaga. È design che funziona.</p>
<p class="p3"><span class="s2">Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@kommumikation?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText"><span class="s3">Mika Baumeister</span></a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/scatola-etichettata-gialla-e-blu-2X6bkiL0GDo?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText"><span class="s3">Unsplash</span></a></span></p>
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		<title>Olivetti: quando un&#8217;azienda diventa cultura</title>
		<link>https://www.psweb.it/olivetti-quando-unazienda-diventa-cultura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Nov 2024 11:20:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel precedente articolo su cosa rimane di un brand quando il prodotto scompare, ho citato Olivetti quasi di sfuggita. Ho scritto che meritava un articolo a parte. Eccolo. Perché Olivetti non è semplicemente una storia aziendale di successo. È forse l&#8217;esempio più straordinario che l&#8217;Italia abbia mai prodotto di come il design, la cultura e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psweb.it/olivetti-quando-unazienda-diventa-cultura/">Olivetti: quando un&#8217;azienda diventa cultura</a> proviene da <a href="https://www.psweb.it">PSWEB</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><span class="s1">Nel precedente articolo su <a href="https://www.psweb.it/cosa-rimane-di-un-brand-quando-il-prodotto-scompare/"><strong>cosa rimane di un brand quando il prodotto scompare</strong></a>, ho citato Olivetti quasi di sfuggita. Ho scritto che meritava un articolo a parte. Eccolo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Perché Olivetti non è semplicemente una storia aziendale di successo. È forse l&#8217;esempio più straordinario che l&#8217;Italia abbia mai prodotto di come il design, la cultura e l&#8217;impresa possano fondersi in qualcosa di unico — qualcosa che va molto oltre il prodotto che vendi.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">Un&#8217;idea di azienda diversa</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Tutto inizia con Camillo Olivetti, che fonda l&#8217;azienda a Ivrea nel 1908. Ma è con il figlio Adriano che Olivetti diventa qualcosa di irripetibile. Adriano non era solo un imprenditore — era un intellettuale, un visionario, un uomo convinto che la fabbrica potesse essere un luogo di bellezza e dignità umana, non solo di produzione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questa convinzione si è tradotta in scelte concrete e radicali. Olivetti ha assunto i migliori designer, architetti, grafici e intellettuali del momento. Ha costruito fabbriche progettate da architetti di fama. Ha creato asili nido, biblioteche, case per i dipendenti. Ha fondato riviste culturali. Ha fatto della comunicazione visiva un atto estetico consapevole, in un&#8217;epoca in cui la maggior parte delle aziende pensava alla pubblicità come a uno strumento puramente commerciale.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Il risultato è stato un&#8217;identità così coerente e profonda da diventare — come ho scritto in precedenza — parte della cultura collettiva. Non solo italiana.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">Il design come linguaggio</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Parlare del design Olivetti significa parlare di nomi che hanno fatto la storia del progetto industriale e grafico mondiale. <strong>Giovanni Pintori</strong>, responsabile della comunicazione visiva per oltre vent&#8217;anni, ha creato manifesti pubblicitari che ancora oggi vengono esposti nei musei di design di tutto il mondo. Non erano réclame — erano opere d&#8217;arte al servizio di un&#8217;idea.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1"><strong>Marcello Nizzoli</strong> ha disegnato la <strong>Lettera 22</strong>, la macchina da scrivere portatile più bella mai prodotta. Una forma così perfetta da essere entrata nella collezione permanente del MoMA di New York. <strong>Ettore Sottsass</strong> ha progettato la <strong>Valentine</strong> — rossa, leggera, provocatoria — trasformando uno strumento di lavoro in un oggetto di desiderio. <strong>Mario Bellini</strong>, <strong>Perry King</strong>, <strong>Michele De Lucchi</strong>: ognuno ha lasciato il proprio segno su un catalogo di prodotti che sembrava disegnato per durare nel tempo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Ogni macchina da scrivere, ogni calcolatrice, ogni computer Olivetti era il risultato di un processo progettuale in cui estetica e funzione non erano in competizione — erano la stessa cosa.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">Il Negozio di Venezia</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">C&#8217;è un luogo che, più di ogni altro, racconta questa visione. Il Negozio Olivetti in Piazza San Marco a Venezia, progettato da <strong>Carlo Scarpa</strong> tra il 1957 e il 1958.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Scarpa era uno degli architetti italiani più raffinati del Novecento — maestro nell&#8217;uso dei materiali, nella cura del dettaglio, nel dialogo tra antico e contemporaneo. E in quello spazio strettissimo affacciato sulla piazza più famosa del mondo ha creato qualcosa di straordinario: un interno che è insieme architettura, design, scultura e narrazione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le scale in marmo, i giochi d&#8217;acqua, la selezione dei materiali, la luce — tutto concorre a creare un&#8217;esperienza che non ha niente a che fare con la vendita di macchine da scrivere nel senso tradizionale del termine. È uno spazio pensato per comunicare un&#8217;idea di civiltà. Per dire: noi non vendiamo oggetti. Vendiamo un modo di pensare.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Quel negozio esiste ancora oggi, restaurato e aperto al pubblico come spazio espositivo dal FAI. Visitarlo è un&#8217;esperienza che consiglio a chiunque si occupi di design, comunicazione o semplicemente ami la bellezza.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">L&#8217;innovazione nella comunicazione</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Olivetti è stata anche pioniera nella comunicazione aziendale moderna. Mentre le altre aziende degli anni Cinquanta e Sessanta comunicavano in modo didascalico e autoreferenziale, Olivetti investiva in campagne pubblicitarie di altissimo livello culturale, collaborava con artisti e intellettuali, pubblicava riviste come <strong>Zodiac</strong> e <strong>Comunità</strong> che non parlavano di prodotti ma di idee, architettura, urbanistica, società.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Questa visione anticipava di decenni quello che oggi chiamiamo brand journalism o content marketing — l&#8217;idea che un&#8217;azienda possa costruire la propria autorevolezza non parlando di sé stessa, ma contribuendo al dibattito culturale del proprio tempo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La comunicazione Olivetti non cercava di vendere. Cercava di convincerti che chi usava una Olivetti era parte di qualcosa di più grande — una comunità di persone che credevano nella bellezza del lavoro ben fatto, nell&#8217;eleganza come valore, nel progetto come atto intellettuale.</span></p>
<h4 class="p2"><span class="s1">Cosa rimane</span></h4>
<p class="p1"><span class="s1">Olivetti come azienda tecnologica non esiste più nella forma che l&#8217;ha resa grande. Il mercato è cambiato, la proprietà è cambiata, il mondo è cambiato.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Eppure il nome Olivetti evoca ancora oggi qualcosa di preciso e potente: un&#8217;idea di Italia colta, elegante, capace di unire cultura industriale e sensibilità artistica in modo irripetibile. Un modello che altri paesi ci hanno invidiato e che noi, forse, non abbiamo saputo abbastanza custodire.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La lezione di Olivetti è semplice da enunciare e difficilissima da applicare: tratta i tuoi clienti come persone intelligenti, circondati dei migliori talenti disponibili, non scendere mai a compromessi sulla qualità e sulla bellezza — e costruirai qualcosa che sopravvive al prodotto, al mercato e al tempo.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Un&#8217;eredità che vale ancora tutto.</span></p>
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		<title>Cosa rimane di un brand quando il prodotto scompare</title>
		<link>https://www.psweb.it/cosa-rimane-di-un-brand-quando-il-prodotto-scompare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 May 2024 14:52:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è un momento strano, nella vita di certi brand, in cui il prodotto originale smette di esistere ma il nome continua a vivere. Anzi, a volte vive meglio di prima. Me lo sono chiesto la prima volta pensando a Kodak. Per decenni, Kodak è stata la fotografia. Non un&#8217;azienda fotografica — la fotografia. Quel giallo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un momento strano, nella vita di certi brand, in cui il prodotto originale smette di esistere ma il nome continua a vivere. Anzi, a volte vive meglio di prima.</p>
<p>Me lo sono chiesto la prima volta pensando a Kodak. Per decenni, Kodak è stata la fotografia. Non un&#8217;azienda fotografica — la fotografia. Quel giallo inconfondibile, quella K doppia, quel profumo di rullino appena aperto. Poi è arrivato il digitale, e Kodak ha perso la sua battaglia più importante. Eppure oggi quel nome evoca ancora qualcosa di preciso: calore, nostalgia, analogico. Un&#8217;estetica intera. Il prodotto è quasi scomparso. Il brand, no.</p>
<h4>L&#8217;identità sopravvive al prodotto</h4>
<p>Questo è uno dei fenomeni più affascinanti del branding, e anche uno dei meno discussi. Un&#8217;identità visiva e valoriale costruita nel tempo diventa qualcosa di autonomo — quasi indipendente da ciò che vende. Smette di essere un&#8217;etichetta su una scatola e diventa un sistema di significati condivisi.</p>
<p>Pensate a Polaroid. L&#8217;azienda è fallita due volte. Eppure il formato quadrato con il bordo bianco è diventato un&#8217;icona culturale. Instagram ha costruito la sua fortuna iniziale proprio su quell&#8217;estetica. Il prodotto era sparito. Il linguaggio visivo era rimasto — e qualcun altro lo ha raccolto.</p>
<p>O pensate a Blackberry. Oggi quasi nessuno usa più quei telefoni con la tastiera fisica. Ma chi li ha usati ricorda ancora quella sensazione — il click dei tasti, la spia rossa lampeggiante. Un&#8217;esperienza sensoriale che ha lasciato un&#8217;impronta precisa. Anche quello è brand.</p>
<h4>Cosa costruiamo davvero, quando costruiamo un&#8217;identità</h4>
<p>Un brand forte non descrive ciò che vendi oggi. Racconta chi sei, cosa credi, quale visione del mondo porti avanti. Ed è questa profondità che sopravvive al tempo.</p>
<p>I brand più longevi non sono quelli che hanno avuto i prodotti migliori. Sono quelli che hanno saputo costruire un&#8217;identità così coerente e riconoscibile da diventare parte della cultura collettiva. Levi&#8217;s non vende solo jeans. Moleskine non vende solo quaderni. Olivetti — e qui mi fermo un momento, perché Olivetti merita un articolo a parte — non vendeva solo macchine da scrivere. Vendeva un modo di pensare il lavoro, la bellezza, il futuro.</p>
<h4>Una domanda che vale la pena farsi</h4>
<p>Ogni azienda, prima o poi, dovrebbe chiedersi: se domani il nostro prodotto principale scomparisse, cosa rimarrebbe di noi nella testa delle persone?</p>
<p>Se la risposta è &#8220;niente&#8221; — o peggio, &#8220;non lo so&#8221; — allora il lavoro sull&#8217;identità non è ancora finito.</p>
<p>Perché un brand vero non è ciò che produci. È ciò che le persone sentono quando sentono il tuo nome.</p>
<p class="p1"><span class="s1">Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@linkhoang?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText" target="_blank" rel="noopener"><span class="s2">Link Hoang</span></a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/scatola-di-cartone-gialla-e-rossa-BWP5ejkF-Xk?utm_source=unsplash&amp;utm_medium=referral&amp;utm_content=creditCopyText" target="_blank" rel="noopener"><span class="s2">Unsplash</span></a></span></p>
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		<item>
		<title>AI (Intelligenza Artificiale), l&#8217;amica geniale?</title>
		<link>https://www.psweb.it/ai-intelligenza-artificiale-lamica-geniale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jan 2023 15:59:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;intelligenza è stata definita in molti modi: capacità di astrazione, logica, comprensione, autoconsapevolezza, apprendimento, conoscenza emotiva, ragionamento, pianificazione, creatività, pensiero critico e risoluzione dei problemi. La teoria della triarchia del pensiero (così chiamata perché si basa su suddivisioni triadiche) afferma anche che l&#8217;intelligenza si esprime attraverso tre componenti fondamentali: analitica, creativa e pratica. Si parla [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">L&#8217;intelligenza è stata definita in molti modi: capacità di astrazione, logica, comprensione, autoconsapevolezza, apprendimento, conoscenza emotiva, ragionamento, pianificazione, creatività, pensiero critico e risoluzione dei problemi. La teoria della triarchia del pensiero (così chiamata perché si basa su suddivisioni triadiche) afferma anche che l&#8217;intelligenza si esprime attraverso tre componenti fondamentali: analitica, creativa e pratica.</p>
<p class="p1">Si parla tantissimo di AI (Intelligenza Artificiale) e, credo, ne sentiremo parlare sempre di più. Si iniziano però ad intravedere anche tantissimi problemi all&#8217;orizzonte: legali, filosofici, etici, morali e sociali.</p>
<p class="p1">L&#8217;intelligenza artificiale è già oggi presente in molti settori, ad esempio nella <strong>tecnologia dell&#8217;informazione,</strong> utilizzata per automatizzare alcune attività, come la risposta alle email o il rilevamento delle intrusioni informatiche, nell&#8217;<strong>assistenza sanitaria,</strong> per analizzare i dati medici per identificare le condizioni mediche o per aiutare a prendere decisioni diagnostiche, in <strong>finanza,</strong> per fare previsioni finanziarie e per automatizzare alcune attività finanziarie, nei <strong>trasporti,</strong> per sviluppare sistemi di guida autonoma per automobili e veicoli aerei, nel <strong>retail,</strong> per raccomandare prodotti ai clienti in base alle loro precedenti acquisti e interessi e in <strong>agricoltura,</strong> per monitorare le condizioni dei campi e ottimizzare l&#8217;irrigazione e altre attività.</p>
<p class="p1"><b>E nel campo della creatività?</b></p>
<p class="p1">Sono già tanti gli esempi dell&#8217;utilizzo dell&#8217;AI nel campo delle immagini. <em><strong>Shutterstock, </strong>una</em> delle più note banche immagini commerciali, ha annunciato una partnership estesa con <em><strong>OpenAI</strong></em>, che vedrà il modello “da testo a immagine” di intelligenza artificiale DALL-E 2 integrato direttamente nella loro piattaforma. Anche <em><strong>Adobe Stock</strong></em> accetterà e venderà contenuti generati da intelligenze artificiali, e credo che molti altri seguiranno a brevissimo.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p class="p1">Un grande marchio italiano, <em><strong>Barilla</strong></em>, ha pubblicato sui suoi canali social un post creato con immagini digitali realizzati con l&#8217;AI, per pubblicizzare il brand <em><strong>Mulino Bianco.</strong></em> Ora se ne parla molto, ed è un argomento di moda, quindi ha sicuramente fatto bene ad utilizzarlo dal punto di vista comunicativo. Al momento questa modalità viene apertamente dichiarata, ma tra quanto tempo verrà utilizzata senza che ne saremo consapevoli? Credo tra non molto.</p>
<figure id="attachment_3142" aria-describedby="caption-attachment-3142" style="width: 935px" class="wp-caption alignnone"><a href="https://www.instagram.com/p/Cm3ePaPISSW/?utm_source=ig_web_copy_link"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-3142 size-full" src="https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/01/MulinoBianco-Instagram.jpg" alt="" width="935" height="600" srcset="https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/01/MulinoBianco-Instagram.jpg 935w, https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/01/MulinoBianco-Instagram-300x193.jpg 300w, https://www.psweb.it/wp-content/uploads/2023/01/MulinoBianco-Instagram-768x493.jpg 768w" sizes="(max-width: 935px) 100vw, 935px" /></a><figcaption id="caption-attachment-3142" class="wp-caption-text">Fonte: Post Instagram Mulino Bianco Barilla</figcaption></figure>
<p class="p1">Anche nel campo dell&#8217;art,e l&#8217;utilizzo delle AI si è già affermata come nel caso di <em><b>Mario Klingemann</b></em>, artista tedesco tra i pionieri e sostenitori del movimento artistico dell’intelligenza artificiale. Una sua opera,  <i>Memories of Passersby I</i>, è già stata venduta da <em><strong>Sothebys</strong></em> il 6 Marzo 2019. Klingemann fa affermazioni molto coraggiose:<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<blockquote>
<p class="p1"><b><i>&#8220;Gli esseri umani non sono originali. Reinventano solo, creano collegamenti tra le cose che hanno visto. Mentre gli esseri umani possono solo costruire su ciò che hanno imparato e ciò che altri hanno fatto prima di loro, le macchine possono creare da zero&#8221;.</i></b></p>
<p class="p1"><b><i>&#8220;Il nostro cervello umano è troppo limitato per immaginare quanto possa diventare potente la creatività delle macchine&#8221;.</i></b></p>
</blockquote>
<p class="p1">Quest&#8217;ultima frase mi trova molto d&#8217;accordo. Al momento non riusciamo a comprendere tutte le possibili implicazioni di questa tecnologia e, come spesso accade,  l&#8217;uomo di fronte a qualcosa che non conosce e non comprende appieno, ha paura. I potenziali problemi però sono tanti, la gestione della privacy, l’archiviazione, la condivisione, la profilazione, la manipolazione e la governance dei dati così cruciali per questa tecnologia, la paura dell’impatto sulle professioni e la società in generale, la possibilità che difetti di progettazione (accidentali, ma anche volontari) possano creare algoritmi distorti e discriminatori ed infine il controllo ed allineamento dei valori umani e sociali, saranno la sfida per il futuro di tutti. Dovremo anticipare, governare e legiferare su tutti questi aspetti, per non farci trovare impreparati di fronte a questa tecnologia, che sembra sempre un passo avanti a noi.</p>
<p class="p1">Al momento non ho assolutamente abbastanza elementi per demonizzare o lodare l&#8217;AI (&#8220;l&#8217;amica geniale&#8221;), ma è già qui, ed ora dovremo inevitabilmente farci i conti. Non è solo una moda del momento, è entrata ed entrerà a far parte sempre di più in tutte le pieghe del nostro vivere quotidiano privato e professionale, dobbiamo saperne di più.</p>
<p class="p1">C&#8217;è anche chi vede sviluppi interessanti per l&#8217;umanità, come ad esempio <em><strong>Arthur Miller</strong>,</em> in un suo articolo sul <em><strong>Guardian </strong></em>apparso il 4 Marzo 2019 dal titolo: &#8220;<em><strong>Can machines be more creative than humans?&#8221; </strong></em>ne da una chiave di lettura possibilista.</p>
<p class="p1"><i>&#8230;&#8221;Due monumentali atti di creatività hanno dato il via al XX secolo. La teoria della relatività di Einstein e lo sviluppo del cubismo di Picasso ci hanno fatto vedere il mondo in modi nuovi e profondamente diversi e hanno portato a sviluppi scientifici e artistici di portata mondiale. Entrambi sono nati dalla scoperta di connessioni tra campi che sembravano non avere nulla a che fare l&#8217;uno con l&#8217;altro. Einstein ha visto un legame tra le leggi della termodinamica &#8211; del modo in cui il calore scorre &#8211; e la natura dello spazio e del tempo, mentre Picasso si è rivolto agli sviluppi della matematica, della scienza e della tecnologia per ampliare la sua tavolozza artistica.</i></p>
<p class="p1"><i>Forse in futuro, con le loro conoscenze enciclopediche e le loro fulminee capacità di elaborazione, i computer inizieranno a compiere simili slanci di immaginazione, prima eguagliando e poi superando la creatività umana. Tali salti potrebbero avere un valore incalcolabile per l&#8217;umanità, aprendo nuove strade culturali e scientifiche da esplorare, creando nuove forme d&#8217;arte, letteratura e musica, aiutando la ricerca medica e suggerendo modi per affrontare il nostro clima in crisi e la crescente crisi ecologica. Lungi dal sostituirci, potrebbero potenziarci, consentendo a uomini e macchine di lavorare fianco a fianco ai massimi livelli di creatività.</i></p>
<p class="p1"><em>Tradotto con www.DeepL.com/Translator (versione gratuita).</em></p>
<p class="p1">Fonti online:</p>
<p class="p1"><a href="https://www.robadagrafici.net/shutterstock-vendera-immagini-stock-generate-dallintelligenza-artificiale-con-laiuto-di-openai" target="_blank" rel="noopener">https://www.robadagrafici.net/shutterstock-vendera-immagini-stock-generate-dallintelligenza-artificiale-con-laiuto-di-openai</a></p>
<p class="p1"><a href="https://www.macitynet.it/adobe-immagini-generate-ia-intelligenza-artificiale" target="_blank" rel="noopener">https://www.macitynet.it/adobe-immagini-generate-ia-intelligenza-artificiale</a></p>
<p class="p1"><a href="https://www.ai4business.it/intelligenza-artificiale/come-lai-sta-innovando-il-modo-di-fare-arte" target="_blank" rel="noopener">https://www.ai4business.it/intelligenza-artificiale/come-lai-sta-innovando-il-modo-di-fare-arte</a></p>
<p class="p1"><a href="https://www.theguardian.com/technology/2019/mar/04/can-machines-be-more-creative-than-humans" target="_blank" rel="noopener">https://www.theguardian.com/technology/2019/mar/04/can-machines-be-more-creative-than-humans</a></p>
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		<title>Il colore dell’anno 2023 non esiste?</title>
		<link>https://www.psweb.it/il-colore-dellanno-2023-non-esiste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Dec 2022 14:33:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avrai visto ovunque, sui social e anche su alcune testate online, che il colore dell’anno 2023, scelto da PANTONE  è 18-1750 Viva Magenta. Pantone LLC è un&#8217;azienda statunitense che si occupa principalmente di tecnologie per la grafica, della catalogazione dei colori e della produzione del sistema di identificazione di questi ultimi. Noto come Pantone Matching [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">Avrai visto ovunque, sui social e anche su alcune testate online, che il colore dell’anno 2023, scelto da <em>PANTONE  è 18-1750 Viva Magenta</em><em>.</em></p>
<p><em>Pantone LLC è un&#8217;azienda statunitense che si occupa principalmente di tecnologie per la grafica, della catalogazione dei colori e della produzione del sistema di identificazione di questi ultimi. Noto come Pantone Matching System (PMS), è divenuto a norma internazionale per quanto riguarda la grafica ed è utilizzato anche per la gestione dei colori nell&#8217;industria e nella chimica.</em></p>
<p>L’importanza che riveste il sistema Pantone è fondamentale per i grafici e i designer di tutto il mondo. Un colore, per essere utilizzato, ha bisogno di essere decodificato, di modo che possa essere riprodotto il più fedelmente possibile su ogni tipo di media, (carta, oggetti, tessuti, materiali, display, etc) in ogni parte del mondo.</p>
<p>Dopo l’annuncio, ho cercato su internet informazioni sul colore Magenta e ho trovato diverse curiosità: per esempio che l’origine del nome è associato ad una storica battaglia, che è stato trovato per sbaglio nel 1858 da un chimico tessile dopo una notte insonne. Una notizia in particolare ha colto la mia attenzione più delle altre, che in realtà il Magenta non esiste. Ma andiamo con ordine.</p>
<p><strong>L’inventore</strong></p>
<p>A creare,per puro caso,il colore magenta, fu François-Emmanuel Verguin, un chimico di Lione alle prese con la creazione di nuovi coloranti artificiali per l’industria del tessile. Dopo una notte di febbrili ricerche per creare un colorante efficace, il chimico decise di andare a dormire, ma prima gettò dalla finestra tutti i composti usati per i propri esperimenti. La mattina dopo, guardando i rimasugli rimasti nella bacinella, trovò uno stupendo colore, la fucsina.</p>
<p><strong>L’origine del nome</strong></p>
<p>Non c’è una certezza sul perché il colore si chiami magenta. Una delle ipotesi è che il nome derivi dalla battaglia di Magenta del 1859, durante le guerre per l’Unità d’Italia, dove Napoleone III di Francia sconfisse l’esercito austriaco. Fu così devastante per entrambi gli eserciti e così cruenta che, quando i partecipanti e gli osservatori prestarono attenzione alla tinta del sangue di cui era stato impregnato il terreno, trovarono una significativa somiglianza con l’iridescenza del colorante sviluppato chimicamente nel 1858 da Verguin.</p>
<p><strong>Il “caso” Magenta</strong></p>
<p>I nostri occhi sono il “dispositivo” in grado di far percepire alla nostra mente oltre 200 diverse sfumature di colore, di differenziare con precisione le sfumature più particolari e di riconoscere oltre 20 livelli di saturazione e 500 livelli di luminosità.</p>
<p>All’interno del nostro occhio, sulla retina, sono presenti dei fotorecettori chiamati “coni”. Ne abbiamo di tre tipi: quelli che riconoscono il rosso, quelli che riconoscono il verde e quelli che riconoscono il blu. Come facciamo allora a riconoscere tutti gli altri colori?</p>
<p>Il giallo, per esempio ha la sua lunghezza d’onda, che cade a metà strada tra il rosso e il verde e il nostro cervello, di fronte a questo colore, elabora le informazioni raccolte, per darci la percezione del giallo. Nel momento in cui tutti e tre i coni vengono attivati, percepiamo il bianco, quando non viene attivato nessun cono abbiamo il nero.</p>
<p>La particolarità del magenta, che lo differenzia ad esempio dal giallo, è che provoca contemporaneamente il rilevamento di due lunghezze d’onda che si trovano ai due estremi dello spettro luminoso, il rosso e il viola. In questo caso, la prima opzione per il cervello sarebbe quella di trovare un colore che sia a metà strada tra i due. Ma secondo quel procedimento, ciò che si otterrebbe sarebbe il verde, e questo non è rappresentativo della mistura tra rosso e viola.</p>
<p><strong>Quando il magenta appare davanti agli occhi, il cervello inventa un colore che non corrisponde a nessuna parte dello spettro visibile. A differenza di tutti gli altri colori, il magenta non ha una propria lunghezza d’onda, cioè non esiste. Ma lo vediamo e lo percepiamo.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le fonti che ho usato e dove potrai trovare altre curiosità e approfondimenti:</p>
<p><a href="https://interiorissimi.it/il-colore-magenta-non-esiste" target="_blank" rel="noopener">https://interiorissimi.it/il-colore-magenta-non-esiste</a></p>
<p><a href="https://www.momarte.com/blog/colori/perche-il-magenta-non-esiste-colore-spettro#nascita" target="_blank" rel="noopener">https://www.momarte.com/blog/colori/perche-il-magenta-non-esiste-colore-spettro#nascita</a></p>
<p><a href="http://www.boscarol.com/blog/?page_id=8811" target="_blank" rel="noopener">http://www.boscarol.com/blog/?page_id=8811</a></p>
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		<title>Ma che ingredienti hai messo?</title>
		<link>https://www.psweb.it/ma-che-ingredienti-hai-messo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2022 11:13:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo undici edizioni di Master Chef abbiamo capito l’importanza di utilizzare ottimi ingredienti. Se sono scadenti, si può certamente realizzare il piatto ma la sua qualità sarà mediocre. Lo stesso vale per la comunicazione: affinché il risultato sia degno di nota, devono esserlo anche i suoi ingredienti. Cioè le immagini, della cui importanza abbiamo già [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[


<p class="wp-block-paragraph is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">Dopo undici edizioni di Master Chef abbiamo capito l’importanza di utilizzare ottimi ingredienti. Se sono scadenti, si può certamente realizzare il piatto ma la sua qualità sarà mediocre. Lo stesso vale per la comunicazione: affinché il risultato sia degno di nota, devono esserlo anche i suoi ingredienti. Cioè <a href="https://www.psweb.it/per-maestri-ho-avuto-i-miei-occhi-michelangelo-antonioni/">le immagini, della cui importanza abbiamo già parlato</a>, e il testo.</p>
<p>Scroll infiniti, click compulsivi, lettura veloce e comprensione faticosa: è così che oggi ci si approccia ad un testo? Forse sì e forse perché, in fase di stesura, non si è dato il giusto valore alle parole.</p>
<p> “Le parole sono importanti!”, diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa. <br />E vanno sapute usare, aggiungo io.</p>
<p>Comunicare in modo corretto, scegliere le parole giuste, usare un tono di voce appropriato, è fondamentale per capire e farsi capire. L’ho sperimentato durante la costruzione del mio sito: prima di affidarmi ad un professionista, i testi non erano chiari e non spiegavano il senso del mio lavoro. Dopo, è stato finalmente tutto chiaro, come leggere con la luce accesa e non più al buio.</p>
<p>Immagini e testi si accompagnano e rafforzano a vicenda e, in un mondo di fruizione dei contenuti ad alta velocità, più sono impattanti e più alta è la probabilità che catturino l’attenzione dell’utente. La comunicazione, in fondo, è costituita da due livelli: il primo va soddisfatto con un visual, il secondo con le parole. Uno colpisce, le altre agganciano.</p>
<p>Concetto che vale per qualsiasi progetto, dalle brochure, ai siti internet all’adv classico. “Eh, ma a volte non c’è budget per un professionista” potrete obiettare. A volte sì, più spesso penso che a mancare non sia tanto il denaro quanto l’attenzione alla comunicazione. Tutti crediamo di saper scrivere, soprattutto se il prodotto è nostro o siamo noi, ma la verità è che non basta conoscere la grammatica per redigere un ottimo testo.</p>
<p>Se poi la scrittura riguarda il digitale, la faccenda si fa ancora più complessa.<br />Le competenze richieste, infatti, sono molteplici e specifiche perché oltre a saper scegliere le parole, il tono di voce e il target, è necessario conoscere una serie di regole sia per creare contenuti originali, gli unici che possano attirare l’attenzione, sia per aiutarli ad essere trovati sul web. Indicizzati, per dirla con il termine tecnico.</p>
<p>Quando state per realizzare un progetto di comunicazione, in sintesi, rivolgetevi ai professionisti delle immagini (Grafici e Art Director) e delle parole (Copywriter): con questi ottimi ingredienti, otterrete un piatto superlativo. Da tre stelle Michelin!</p>
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		<title>“Per maestri ho avuto i miei occhi.” Michelangelo Antonioni</title>
		<link>https://www.psweb.it/per-maestri-ho-avuto-i-miei-occhi-michelangelo-antonioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Aug 2022 12:16:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono un graphic designer, lavoro (anche) con le immagini. Siti web, pagine pubblicitarie, brochure: in tutti i materiali che realizzo le foto sono fondamentali anche se, a volte, sottovalutate. Eppure, nell’era digitale che stiamo attraversando, la comunicazione non verbale ha sostituito quella verbale: foto, video, grafica e animazioni sono le vere protagoniste di quella che possiamo chiamare [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[


<p class="wp-block-paragraph is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">Sono un graphic designer, lavoro (anche) con le immagini. Siti web, pagine pubblicitarie, brochure: in tutti i materiali che realizzo le foto sono fondamentali anche se, a volte, sottovalutate.</p>
<p>Eppure, nell’era digitale che stiamo attraversando, la comunicazione non verbale ha sostituito quella verbale: <strong>foto</strong><strong>,</strong> <strong>video</strong>, <strong>grafica</strong> <strong>e</strong> <strong>animazioni </strong>sono le vere protagoniste di quella che possiamo chiamare cultura visuale.</p>
<p>“Le origini del concetto di “cultura visuale” risalgono agli anni venti del secolo scorso in relazione all’impatto che la fotografia e il cinema stavano avendo sulla cultura contemporanea. Sono due ungheresi, il critico e teorico del cinema <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/B%C3%A9la_Bal%C3%A1zs" target="_blank" rel="noopener"><strong>Béla Balázs</strong></a> e l’artista <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/L%C3%A1szl%C3%B3_Moholy-Nagy" target="_blank" rel="noopener"><strong>Láslό Moholy-Nagy</strong></a><strong>, </strong>attivi in Austria e Germania, ad utilizzare per la prima volta nei loro scritti i termini tedeschi “visuelle Kultur”, “optische kultur” e “Schaukultur” , ossia “cultura visuale”, “cultura ottica” e “cultura della visione”, media cioè capaci di ridefinire le coordinate del visibile, il rapporto tra parola e immagine, visione e lettura, esperienza visiva e sapere concettuale”.</p>
<p>Da quando apriamo gli occhi, al mattino, a quando li chiudiamo, la sera, siamo continuamente bombardati da immagini, uno scroll infinito di foto cui dedichiamo pochissimi secondi. Poi, ad un certo punto, qualcosa attira la nostra attenzione e ci fermiamo. Ma cos’è che ci colpisce?</p>
<p>Il nostro cervello registra più velocemente un’immagine rispetto ad un testo perché questo rientra nella sfera del linguaggio e richiede un’elaborazione più complessa. Ciò che vediamo viene registrato nella memoria a lungo termine e confrontato con altro materiale visualizzato in precedenza, un paragone costante che pesca tra ricordi ed emozioni, la parte più profonda del nostro vissuto.</p>
<p>Un sito web ha solo pochi secondi per colpire l’attenzione e le immagini sono il fattore chiave su cui l’utente baserà la decisione di andare o rimanere. Lavorare con belle immagini e scatti ad hoc, quindi, è di gran lunga meglio che utilizzare materiale “pre-confezionato”. Certo, si può lavorare anche con contributi presi da iStock o Shutterstock, due grandi banche immagini cui attingere senza limiti, ma i progetti che possono usufruire di foto personalizzate hanno da subito una marcia in più.</p>
<p>Per questo è importante scegliere di destinare un budget alla realizzazione di scatti su misura, perché si ha più controllo sull’estetica (omogeneità visiva), sulla comunicazione (effetto verità) e sui risultati.</p>
<p>Ma in tutto questo, la scrittura? Il testo? Il linguaggio? Quanto conta rispetto ad una bella immagine? Ne parlerò nel <a href="https://www.psweb.it/ma-che-ingredienti-hai-messo/">prossimo articolo</a>, seguitemi!</p>
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		<item>
		<title>Storie di uomini e di Brand</title>
		<link>https://www.psweb.it/storie-di-uomini-e-di-brand/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[psweb]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 May 2022 07:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://cygniwplight.pethemes.com/?p=391</guid>

					<description><![CDATA[<p>Durante la mia carriera ho conosciuto molte persone valide e competenti, persone che oltre a trasmetterti qualcosa a livello lavorativo, ti lasciano qualcosa anche a livello umano. Carlo Aliverti è una di queste.Carlo è un grande professionista con una lunga esperienza nel campo del branding: aiuta i clienti a sviluppare valore economico partendo dal loro [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.psweb.it/storie-di-uomini-e-di-brand/">Storie di uomini e di Brand</a> proviene da <a href="https://www.psweb.it">PSWEB</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[


<p class="wp-block-paragraph is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">Durante la mia carriera ho conosciuto molte persone valide e competenti, persone che oltre a trasmetterti qualcosa a livello lavorativo, ti lasciano qualcosa anche a livello umano.</p>
<p>Carlo Aliverti è una di queste.<br />Carlo è un grande professionista con una lunga esperienza nel campo del branding: aiuta i clienti a sviluppare valore economico partendo dal loro marchio.</p>
<blockquote>
<p><strong><em>“Le storie sono potenti veicoli comunicativi che trasmettono i messaggi in modo coinvolgente e memorabile. Le migliori sono quelle che nascono da un racconto autentico ed esprimono il carattere del Brand” (Carlo Aliverti)</em></strong></p>
</blockquote>
<p>Ho collaborato con lui nel 2019 per la costruzione del sito <a href="http://www.storybranding.it" target="_blank" rel="noopener">www.storybranding.it</a>, una meravigliosa raccolta di storie che stanno dietro altrettanti brand.</p>
<p><strong>Ad esempio, sai com’è nato il Premio Strega?</strong></p>
<p>“Era il 1943, gli italiani camminavano trattenendo il fiato: non si sapeva chi avrebbe vinto la guerra né se si sarebbe mai usciti dalla miseria umana ed economica in cui si naufragava. In questa cupa incertezza, a Roma resisteva una luce timida e calda, proveniente dal salotto di una villa nascosta tra i pini secolari del quartiere dei Parioli. Era la casa dei coniugi Maria e Goffredo Bellonci: lei scriveva libri d’argomento storico, lui era un critico letterario; il loro salotto si affollava di scrittori, giornalisti, artisti e letterati. Si riunivano in quell’intima roccaforte di legno e parati, odorosa di fumo e di brandy, per discorrere di politica e leggere poesie, confidarsi timori e lasciarsi andare alle risate.</p>
<p>Durante quegli anni furono circa un migliaio le persone che animarono il salotto Bellonci. Nel 1944 Roma fu liberata dal nazifascismo e tra gli intellettuali c’era un gran fermento: bisognava liberarsi dalle pesanti macerie della letteratura della propaganda fascista per far nascere la cultura della futura democrazia.</p>
<p>A questo scopo Maria, Goffredo e i loro numerosi ospiti fondarono il gruppo degli “Amici della Domenica”. Tra questi c’era Guido Alberti, un imprenditore beneventano proprietario dell’azienda di famiglia che produceva dal 1860 uno dei distillati più amati dagli italiani, composto da settanta erbe e spezie: il liquore Strega. Alberti, da sempre interessato alla cultura e affascinato dall’ambiente intellettuale romano, cominciò a frequentare gli Amici della domenica. Divenne grande amico dei coniugi Bellonci ed entrò a far parte ufficialmente nel gruppo degli intellettuali nel 1946….”</p>
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